mercoledì 27 settembre 2017

L'essenza della scuola nel discorso del Presidente Mattarella per il nuovo anno scolastico

L’apertura dell’anno scolastico 2017-18 è stata celebrata a Taranto in una scuola situata nel quartiere Paolo VI. Alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sono svolte varie manifestazioni che hanno visto protagonisti studenti provenienti da varie parti d’Italia. Mi sono ritrovato a seguire per televisione l’intero svolgersi degli eventi ed ho avuto modo di essere particolarmente coinvolto con alcuni ricordi personali. Ricordi risalenti agli anni 1966 e 1967, al tempo in cui giovane operaio dell’Italsider con la mia vespa 50 mi muovevo da quelle parti per la partecipazione domenicale alle funzioni religiose del Seminario di Poggio Galeso, e mi proponevo di continuare a studiare per il futuro.
Ho ascoltato con attenzione, e mi è piaciuto moltissimo, il discorso conclusivo del Presidente Mattarella, rivolto alle autorità ai docenti e agli studenti partecipanti alla celebrazione. Ne riporto qualche brano significativo ed illuminante per i contenuti pedagogici ed etici che attengono le problematiche e gli orientamenti della scuola contemporanea in Italia.

La fonte è leggibile sul Portale della Presidenza della Repubblica: Intervento del Presidente Mattarella all’inaugurazione dell’anno scolastico 2017–2018.


A ogni mese di settembre l'apertura dell'anno scolastico rappresenta una svolta nel ritmo della vita del nostro Paese. Diventa un'occasione anche di festa ma, soprattutto, di riflessione sul vostro presente e sul vostro futuro. Su quello della società, di cui la scuola è struttura portante.
[...]
Un grazie speciale alla comunità che fa capo all'istituto Luigi Pirandello che ci ospita in questo plesso intitolato a Giovanni Falcone.
So che avete lavorato alacremente e tutti insieme - dirigenti, docenti, personale non docente, genitori - per consentire lo svolgimento di questo incontro. Il risultato è bello. Sono davvero lieto di essere qui, con voi, a Taranto. Vi ringrazio molto tutti.
Questo lavoro che avete svolto tutti insieme, con amicizia, con motivazione, con senso di appartenenza, rappresenta la cifra dello spirito che deve contrassegnare le nostre comunità scolastiche: uno spirito di vera collaborazione, unito all'entusiasmo e all'orgoglio di svolgere un compito prezioso, delicato e fondamentale: quello di educare e formare la nuova generazione di italiani, i giovani cittadini della Repubblica.
La scuola contribuisce, in misura determinante, a far crescere la loro personalità, a radicare i loro valori, a definire e consolidare le loro speranze, a metterne alla prova intelligenza, socialità, creatività. Vi si prepara il domani della nostra civiltà e della nostra democrazia. A scuola si disegna il futuro.
È questa l'essenza del mondo della scuola. Ci si deve chiedere perché, talvolta, questa peculiarità non sia riconosciuta adeguatamente.
La scuola, ragazzi, non riguarda soltanto voi, i docenti e i vostri genitori: costituisce una grande e centrale questione nazionale. Perché la scuola è motore di cultura e, quindi, di libertà, di eguaglianza sostanziale. Deve essere veicolo di mobilità sociale.
Per questo ogni sforzo compiuto, ogni risorsa impiegata per migliorare l'istruzione e la formazione rappresenta un capitale che cresce negli anni e che moltiplica i suoi effetti. Non dobbiamo mai smettere di chiederci in che modo sia possibile investire di più, e sempre meglio, nella scuola. Un Paese che pensa al futuro diventa più forte per questa stessa capacità.
Cari ragazzi, si dice sovente, con una frase divenuta uno slogan, che il futuro vi appartiene. Ma il futuro comincia in ogni momento: lo costruite da oggi, giorno per giorno, con impegno; anche con fatica.
L'esperienza scolastica ci accomuna tutti. Anche gli adulti sono andati a scuola un tempo. Anche i vostri professori. Anch'io, tanti anni fa. E ne ricordiamo tutti comunque, in maniera incancellabile, ancora oggi, le soddisfazioni, le prove, le fatiche, gli impegni. Le prime amicizie, spesso divenute, grandi amicizie. E i volti e i nomi dei nostri compagni di scuola.
Nella scuola si cresce, ci si incontra, si sviluppano cultura, affetti, solidarietà, conoscenza reciproca. Si sperimenta la vita di comunità, il senso civico.
A questo riguardo vorrei proporvi una riflessione. Lo faccio con parole semplici, perché anche i più piccoli tra voi possano seguire: chi, tra di voi, assisterebbe alla distruzione di ciò con cui gioca, del tavolo dove mangia, del letto dove dorme, senza provare un senso di ribellione, di sconforto, di delusione, di dispiacere? Quella distruzione rappresenterebbe una ferita, una violenza alla vostra vita di tutti i giorni.
Anche chi distrugge le scuole, chi compie atti di vandalismo nelle aule, chi sottrae strumenti didattici, provoca una grave ferita: non soltanto - e stupidamente - a se stesso ma a tutti voi studenti. Quando si danneggia una scuola, viene ferita, in realtà, l'intera comunità nazionale.
Allo stesso modo, quando una scuola risorge dalle macerie di un terremoto, quando un'aula vi viene restituita, pulita e decorosa, dopo devastazioni teppistiche, è l'intera società che ne trae beneficio.
È motivo di sollievo, di grande importanza, dopo aver visto in tv gli effetti delle incursioni dei vandali nella Pirandello, sapere che, qui a Taranto, la cittadinanza intera si è mobilitata, stringendosi intorno ai docenti, ai genitori e agli studenti, manifestando la propria condanna per i gravi danneggiamenti e, insieme, la volontà di recupero.
Qualcuno di voi ha scritto: la scuola non si tocca. È una saggia considerazione, perché la scuola è patrimonio di tutti.
Naturalmente - su un altro piano, differente - dire che la scuola non si tocca non vuol dire che dobbiamo avere di essa una immagine cristallizzata, immutabile nel tempo, specialmente nella stagione in cui viviamo, dove i continui, impetuosi cambiamenti culturali, sociali e tecnologici impongono continue riflessioni, frequenti aggiornamenti, modifiche e riforme.
So bene che, ogni volta che si annunciano o si prefigurano cambiamenti nel mondo della scuola, si avvia immediatamente una discussione accesa, con toni talvolta aspri. Non sta certo a me prendere posizione sull'una o sull'altra proposta. Osservo che molti denunciano ritardi e inadeguatezze, vere o presunte, del sistema scolastico italiano di fronte alle sfide dei tempi e che, per contro, ogni ipotesi di novità trova spesso opposizioni pregiudiziali, suscita malumori e proteste.
Si deve tener conto, naturalmente, che i temi della scuola, per la loro delicatezza e importanza, stanno molto a cuore a tante persone, a tutti, in realtà. E' comprensibile, quindi, che vi siano diverse opinioni. Proprio per questo vi è bisogno di confronto, sereno e obiettivo, sulle politiche scolastiche, iniziando dalle forze politiche e sociali.
Un confronto che metta al centro gli studenti, il loro futuro, la loro capacità di integrarsi nel mondo del lavoro e nella comunità civile. Una dialettica vivace, anche serrata, è certamente proficua. L'importante è che convenienze, particolarismi e, talvolta anche strumentalità, non frenino lo sviluppo adeguato del sistema scolastico.
Nella scuola, che incrocia la vostra esistenza di giovani cittadini, emergono diverse tematiche sociali, delicate e importanti.
Vorrei citare solo alcuni tra i tanti problemi: quello della qualità delle aule e della sicurezza delle scuole; quello del bullismo - anche nella sua versione, ancora più micidiale, del cyber bullismo; quello dell'abbandono scolastico; quello dell'integrazione, fenomeno grande e crescente, in Europa e nel mondo; quello delle vaccinazioni per difendere la salute di tutti, nella propria scuola, nel proprio comune, nell'intera Italia.
Vorrei, adesso, salutare Taranto, questa splendida città che ha ospitato, con slancio e generosità, questo evento.
La scelta di Taranto intende rifarsi al carattere di questa città, di antiche radici storiche; di grande tradizione culturale; di frontiera, non soltanto geografica; di territorio in cui si riflettono le complessità e anche le contraddizioni dello sviluppo del Paese.
Salute, occupazione, tutela ambientale rappresentano valori fondamentali e costituzionalmente garantiti, tra cui istituzioni e società devono costantemente ricercare e trovare il punto di equilibrio positivo, con l'obiettivo preminente della centralità della persona.
Cari ragazzi, nel dichiarare aperto l'anno scolastico 2017-2018, rivolgo un augurio di buon lavoro e un sincero ringraziamento, molto sentito e intenso, agli insegnanti, ai professori e a tutti coloro che operano nella scuola. A voi, ragazzi, gli auguri più affettuosi per l'avventura, bella e impegnativa, che ogni anno scolastico rappresenta. A tutti voi: da chi frequenta la scuola dell'infanzia, a chi entra, per la prima volta, nella scuola primaria, fino a chi comincia l'ultimo anno di corso.
Siete più grandi dell'anno scolastico passato. Lo sarete ancor di più al termine di questo che inizia: lo sarete certamente non soltanto in età ma anche in sapere e in amicizia con gli altri.
In bocca al lupo e buon lavoro a tutti!



domenica 27 agosto 2017

Il Vescovo di Montepeloso

Michele Arcangelo Lupoli
VIAGGIO IN BASILICATA

Dopo la sofferta partenza di Mons. Michele Arcangelo Lupoli, la notte del 23 maggio 1815, la sede di Montepeloso antico paese della Basilicata posto in alto tra Potenza e Matera, rimase privata del suo Vescovo fino al 25 maggio 1818. E’ questa la data sia della nomina di Michele Arcangelo Lupoli a vescovo di Conza e Campagna, e sia della unione della sede di Montepeloso con quella di Gravina di Puglia.
La storia che lega il vescovo Lupoli, originario di Frattamaggiore, con la sede di Montepeloso, che oggi porta il nome di Irsina ed è ecclesiasticamente unita in Diocesi con Matera, è una storia interessante e meritevole di approfondimenti narrativi e storiografici.
Nel caldo pomeriggio del 17 luglio scorso, di ritorno con la mia signora da un viaggio-vacanza tra Puglia e Basilicata, percorrendo la strada tra gli ondulati declivi che portano alla “Città dei sassi”, la nostra auto è stata invitata da una pattuglia ad accostarsi strettamente sulla destra per permettere la discesa veloce di una colonna di auto che scortavano il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Egli era di ritorno dalle celebrazioni in Matera per l’istituzione della “Cattedra Maritain” promossa dalla Università della Basilicata e dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain di Roma.




Matera di sera
Durante la serata trascorsa in Matera ho potuto recepire l'importanza dell'evento, che dai media locali e nelle conversazioni popolari veniva collegato con la “Matera capitale della cultura europea 2019”. Un argomento significativo incrociato con i temi della civiltà, della filosofia cristiana, dell'umanesimo integrale, del dialogo personalistico ed interculturale, della innovazione e della riscoperta delle antiche radici storiche. La “Matera capitale della cultura” per i politici richiama il ruolo della Basilicata nel quadro geo-politico del Mediterraneo e la esemplarità del superamento dell'arretratezza connesso con la valorizzazione del patrimonio delle tradizioni.
Dopo quello della visita turistica di Matera ho voluto dedicare un giorno anche alla visita di alcuni luoghi storici della Basilicata legati alla storia locale frattese. L'intento è stato quello di dare consistenza all'impressione, che ho tratto dalla ricerca sulla storia locale del mio paese, circa l'importanza che la figura e l'opera del vescovo Michele Arcangelo Lupoli assumono anche per la storia civile ed ecclesiastica della Basilicata. A questo proposito è stata stimolante la lettura della pubblicazione Viaggiatori in Basilicata, patrocinata e divulgata sul portale istituzionale della Regione Basilicata, la quale dedica pagine interessanti alla descrizione del viaggio a Venosa realizzato alla fine del 700 da Michele Arcangelo Lupoli.

Irsina (antica Montepeloso)
Ho così viaggiato, partendo da Matera, per le strade erte ed assolate della Basilicata più interna e silenziosa; verso l'alto colle sovrastato dalla poderosa mole della cattedrale altomedievale di Irsina, l'antica Montepeloso sede episcopale del vescovo Lupoli; e viaggiando su un arduo e groviglioso percorso di strade antiche e moderne, di tracciati romani e nastri superstradali, verso la normanna ”Incompiuta” Abbazia della SS.Trinità di Venosa. Quest'ultima è la città-meta dello “Iter Venusinus” realizzato nel 1790 dal giovane e brillante Lupoli, novello sacerdote e non ancora vescovo ma già noto studioso accademico, teologo e valente archeologo.
Una buona biografia di Michele Arcangelo Lupoli (1765 – 1834), curata da Francesco Montanaro e Franco Palladino, si può leggere nel Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani. La figura del vescovo Lupoli è considerata dalla nascita in Frattamaggiore, attraverso le tappe del suo curriculum vitae fino alla conclusione della sua vita come arcivescovo di Salerno. Altri approfondimenti sulla figura del vescovo Lupoli si possono operare con la lettura dei suoi scritti e di numerose pubblicazioni di Storia Locale, in particolare quelle dell'Istituto di Studi Atellani e della Rassegna Storica dei Comuni.

LA CATTEDRALE DI IRSINA
Cattedrale di Irsina: facciata, porta e statua di santa Eufemia
La visita alla cattedrale di Irsina e all'area archeologica di Venosa è stata l'occasione per raccogliere immagini e memorie inaspettate riguardanti il vescovo. Importante è stata la disponibilità del custode, il signor Vito Grazio Petrillo che ci ha aperto la porta della silente cattedrale e ci ha guidato, con narrazioni semplici ed artisticamente appropriate, tra le navate, le cappelle e l'ipogeo della chiesa; evidenziando i segni e le lapidi in essa presenti che riguardano l'episcopato del Lupoli. Particolare rilievo egli ha voluto dare alla descrizione dei pregi artistici della quattrocentesca statua della patrona Santa Eufemia martire, realizzata dal Mantegna ed esposta per qualche tempo anche al Louvre.
Per questa Santa, della quale jl vescovo tessè le lodi e scrisse i tratti agiografici conosciuti anche a Rovigno in Croazia ove si venera il corpo della martire, si registra una diffusa devozione che, proprio grazie al vescovo Lupoli, è estesa dalla fine del '700 anche nella diocesi di Aversa, a Carinaro, a Frattamaggiore e nella vicina Carditello.
La visita alla “Incompiuta” di Venosa è stata una esperienza che ha riguardato ulteriormente il vescovo di Montepeloso; giovane studioso di lettere classiche e della storia antica egli aveva indirizzato il suo “Iter” soprattutto alla descrizione della Venosa del periodo romano; non di meno la visita ha offerto l'occasione per leggere direttamente alcuni brani dal testo latino originale del vescovo, alla scoperta di dati documentali della sua storia personale e della origine correttamente datata delle sue memorie lucane.
Ho poi approfondito la ricerca con la lettura di qualche testo antico della storia locale di Montepeloso, ed ho potuto delineare alcuni tratti utili all'ampliamento del quadro storiografico riguardante il vescovo Lupoli.


Cattedrale di Irsina: lapide della consacrazione del 1802
Irsina ricorda Michele Arcangelo Lupoli come l'ultimo vescovo della sede antica di Montepeloso. Lo celebra come il giovane vescovo (aveva 32 anni quanto nel 1793 raggiunse la sua sede) che subito operò per il rinnovamento dello spirito religioso e devozionale del paese. Guidò infatti il suo popolo additandogli, con il dialogo personale delle Sante Visite con omelie e lettere pastorali, gli insegnamenti di una solida dottrina ecclesiale; legò clero e popolo alle manifestazioni di una spiritualità incentrata sul santorale, sulla devozione mariana e della santa patrona Eufemia, devozione che ancora oggi si avvale dell'orazionale e dell'agiografia del Vescovo. Riconsacrò nel 1802 la cattedrale che aveva avuto rifacimenti durante l'episcopato precedente; eresse un altare all'Arcangelo Michele nel 1815, curò il decoro liturgico della cattedrale e delle chiese diocesane che visitò con diligenza e consigli, lottò contro gli eccessi e i disordini sociali.



Cattedrale di Irsina: cappella di san Michele e Presbiterio

Dagli Opuscola: preghiera a santa Eufemia e testi delle lapidi in cattedrale

Illuminante per la conoscenza della spiritualità ispiratrice dell'azione pastorale del giovane vescovo in Montepeloso è la lettura della sua Lettera III Pastorale della orazione in comune scritta nel gennaio del 1799, dalla quale traspare la sollecitudine per la salvezza del popolo di Dio a lui affidato ed il chiaro riferimento alla teologia spirituale dei Padri e a quella redentorista di Sant'Alfonso Maria de Liguori, del quale fu anche documentato agiografo. Leggiamone l'introduzione:

                                                          ARCANGELO
PER LA GRAZIA DI DIO, E DELLA SEDE APOSTOLICA
VESCOVO DI MONTEPELOSO
ALLA STESSA S. SEDE IMMEDlATABfENTE SOGGETTO
'A Fedeli della sua Chiesa
Pace, e Benedizione nel Signore.

Caro mio Gregge, siccome la carità di Gesù Cristo ci stringe da tutti i lati per la vita, e salute vostra, cosi per suggellare la nostra pastoral sollecitudine nella Visita, non guari menata per la divina degnazione felicemente a capo, abbiamo ordinato nel Signore, che in tutt’i giorni, innanzi la levata del Sole, si faccia nella nostra Chiesa Cattedrale, per un de’ Diaconi da noi deputali, la Santa Orazione in comunione de’ fedeli. Imperciocché egli è un mezzo questo principalissimo, e lo più essenziale per ottenere dalla divina misericordia i doni, e le grazie di nostra salvezza; e niuno crediamo, che alla salute pervenga, se non pel mezzo della vocazione divina; niuno chiamato che sia, crediamo poter operare la propria salute, se non pel mezzo dell'ajuto del Signore; niuno crediamo meritar l’ajuto del Signore, se non pel mezzo della orazione: “Nullum credimus ad salutem, nisi Deo invitante, venire; nullum invitatum salutem suam, nisi Deo auxiliante, operari; nullum, nisi orantem, auxilium promereri” (S. Aug. Lib. de Eccl. Dogm, C, XVI).
Dal che voi ben vedete, che tanto importa il pregar Dio, quanto importa il salvarsi; tanto indispensabilmente è necessaria l'orazione, quanto è indispensabilmente necessaria la grazia. Noi colle proprie forze non siam capaci, dice l’Apostolo, d'aver tampoco un buon pensiero, e solo la grazia di Dio è, che ce ne rende capaci. “Non sumus sufficientes cogitare aliquid a nobis, quasi ex nobis; sed sufficientia nostra ex Deo est” (Ep. II ad Cor. III. v. 5).
Imperciocché per lo peccato fummo spogliati di tutto, la nostra povertà è divenuta estrema, tutto mancaci e nulla in noi è rimasto di buono, nulla siamo, nulla possiamo, e a nulla abbiam dritto. Miseri, ed infelici noi! se colui, che ha dato la vita per noi, Cristo Gesù Signor nostro, fonte della grazia, anzi la grazia stessa sostanziale, essenziale, e divina, che tutto può, tutto dà, tutto riempie, non abbia con eterno giuramento impegnata sua divina parola, esser sempre pronto a soccorrere ai nostri bisogni, quante volte da lui ricorriamo, e da lui cerchiamo: “Dico vobis, omnia quaecumque orantes petitis, credite quia accipietis, et evenient vobis” (Marc. II. v. 24). Ecco la condizione, miei cari figliuoli, con cui ha il Signore disposto profondere le sue misericordie, e li suoi doni, di cui non meno è doviziosa la di lui volontà, che la di lui potenza per darle: “Dives in omnes qui invocant illum” (Ep. ad Rom. X. v. 12).

Montepeloso fu la delizia ed il tormento del Vescovo Lupoli. Vi giunge giovane esperto degli studi umanistici, accademico e scrittore di fama, ma sopratutto uomo di preghiera ed umile teologo di Santa Madre Chiesa, come dimostravano le sue Lezioni di Teologia Dogmatica pubblicate su invito del l'Arcivescovo di Napoli a partire dal 1793. Trovò sequela ed entusiasmo nella chiesa di Montepeloso; ma i fatti della Rivoluzione Napoletana del 1799 ebbero ripercussioni anche nel paese lucano e la libertà spirituale del Vescovo gli costò ostilità ed accuse che lo costrinsero a riparare a Napoli e a subire il carcere borbonico per oltre un anno dal marzo 1800 al maggio 1801, e in attesa nella sua casa frattese dell'intervento di re Ferdinando IV che nel gennaio del 1802 lo prosciolse completamente. Singolare esperienza quella vissuta da Michele Arcangelo Lupoli nel rapporto con alcune parti avverse che lo osteggiavano a Montepeloso: accusato nel 1799 da borbonici fu costretto a lasciare il paese; attaccato nell'episcopio durante i tumulti causati da antiborbonici nel maggio del 1815 fu ancora costretto a lasciare il paese e a starne lontano fino alla nomina a vescovo di Conza e Campagna del maggio 1818.

La lettura dei brani riguardanti il vescovo Lupoli nel libro di Michele Janora (Memorie storiche, critiche e diplomatiche della città di Montepeloso oggi Irsina, edito nel 1901) ci offre interessanti dati.
Il Vescovo è considerato nel dibattito storiografico sulla leggenda d'origine e sul significato del nome di Montepeloso che egli filologicamente propone come Monte Cretoso con riferimento al suo territorio.
All'inizio dell'800 il vescovo fece trasportare in cattedrale la colonna rossa della Santa Croce che si venerava in una antica chiesa diruta dedicata a San Michele e la fece utilizzare per il candelabro del cero pasquale in cornu Evangelii.
Leggiamo dal libro dello Janora un elogio del vescovo a pag. 464:

Finalmente, ai 21 di dicembre del 1797, fu eletto Vescovo di Montepeloso dal Papa Pio VI il grande Michele Arcangelo Lupoli, prete della parrocchia di Frattamaggiore. Il nome di questo vescovo e assai noto nel campo delle scienze e delle lettere. Egli diede alla luce moltissimi volumi di teologia, d'archeologia e di letteratura, nonché un'infinità di prediche ed omelie. Ai 4 di giugno del 1818, fu traslocato in qualità di Arcivescovo della Chiesa Metropolitana di Gonza, d'onde passò a reggere l'Arcivescovado di Salerno e morì poco dopo del 1830.
Il ritratto del Lupoli si osserva in una sala del nuovo episcopio; e questo insigne prelato fu l'ultimo della serie di 33 vescovi che, per ben 339 anni, sedettero sulla sola cattedra di Montepeloso.

A questo proposito risulta interessantissima la nota sul quadro del Lupoli posta a pag 659 che riporta il testo latino del lodato curriculum del vescovo:

Il vescovo Lupoli mori nel 1834 e non poco dopo il 1830. Egli fu fatto vescovo a soli 32 anni. Ecco integralmente l'iscrizione che trovasi sotto d'un suo ritratto ad olio, esistente nell'episcopio di Montepeloso :
Michael Archangelus Lupoli, natus Fractamajore die XXII Septmbris 1765, ingenio ac doctrina excellens, adhuc juvenis sedem Montspelusii, idus septembris anno 1797, conscendit, Dehinc temporum asperitate fortiter tolerata, Regiae Palatnae Erculanensis XV vir, ac Romanus Apostolicae Academiae Religionis a Pio VII adscitus, Scriptor vere cultissimus, omnigenaque eruditione clarus, ad Archiepiscopalum Compsanum XI Kal. Julias Anno 1818, evectus demum suae virtutis praemìuin, Salernitanae Ecclesiae solium, reportavit, mense septembris 1831, Diemque suum obiit, Neapoli die XX mensis Julii MDCCCXXXIV.

Di alcune lapidi ed opere del Lupoli nella cattedrale leggiamo ancora dallo Janora a pag. 595:

Il 26 Settembre 1802, il dottissimo Monsignor Michele Arcangelo Lupoli, ultimo Vescovo della sola diocesi di Montepeloso, consacrò con tutta solennità la nuova cattedrale, come ci viene attestato da una lapide, posta sulla porta maggiore dalla parte interna e recante la seguente iscrizione.

ARCHAGELUS LUPOLI
PELUSIAlNORUM POlNTIFEX
CATHEDRALEM RASILICAM
SOLEMNI RITU
CONSECRAVIT
DIE XXVI SEPTEMBRIS AN. M. DCCC. II
PRAESULATUS SUI ANNO IIII.

Lo stesso Vescovo Lupoli fe', a sue spese, munire d' altare e tela rappresentante S. Michele la cappella della cattedrale, che s'intitola di S. Michele Arcangelo, nella quale, in alto, si osserva lo stemma del Lupoli, il cui nome spicca sul detto quadro.

Aggiungo a questa carrellata dello Janora anche lo stemma in bassorilievo ligneo del vescovo Lupoli che ho avuto occasione di fotografare nel Presbiterio della Cattedrale e apposto alla balaustra dell'organo settecentesco.

Cattedrale di Irsina: stemma del vescovo Michele Arcangelo Lupoli

LA SS. TRINITA' DI VENOSA
Dalla visita all'Incompiuta Abbazia della SS. Trinità di Venosa, effettuata qualche ora dopo quella della Cattedrale di Irsina, non mi aspettavo di trovare segni specifici a riguardo di Michele Arcangelo Lupoli. Mi aveva però interessato la lettura delle pagine dedicate nel libro di Giuseppe Settembrino e Michele Strazza, Viaggiatori in Basilicata (1770 – 1788) edito nel 2004 dal Consiglio Regionale della Basilicata, e che mi ha spinto ad approfondire la ricerca sul testo latino dell'Iter Venusinus pubblicato nel 1793 da Michele Arcangelo Lupoli (Iter Venusinus Vetustis Monumentis Illustratum).

Venosa: Abbazia della SS. Trinità "Incompiuta"
Insieme con la data di partenza dell'Iter fissata nel giorno di San Francesco d'Assisi, il 4 Ottobre del 1790, ho potuto recepire alcuni cenni autobiografici del Lupoli. Nel 1788 alcune perdite di cari, dello zio presbitero Giuseppe Lupoli suo educatore e del caro genitore Lorenzo, lo avevano profondamente prostrato proprio l'anno prima della sua ordinazione sacerdotale; egli decise così di accettare l'invito del signore di Venosa e di motivare il suo viaggio fatto in compagnia di amici come una esperienza di studio storico e di ricerca archeologica in ricordo dei cari recentemente defunti e in onore dei valori a cui era stato da essi educato.
Iter Venusinus: motivazione e data della partenza
In questo senso egli svolse un lavoro eccezionale descrivendo, con la scorta delle fonti erudite delle cronache antiche e con l'osservazione personale, i luoghi, la storia i monumenti e le lapidi incontrati nel suo viaggio. Alla SS. Trinità di Venosa, e luogo della Antica cattedrale venusina, egli dedicò un decina di pagine, e ne raccontò il sorgere dal paleocristianesimo evidenziando e descrivendo i materiali di spoglio antichi che testimoniavano di presenze romane, ebraiche, paleocristiane, ed infine i documenti altomediovali e normanni che si riferivano alla storia di quell'abbazia che si erge ancora oggi, incompiuta e grandiosa, con navate colonne ed archi poderosi che si ergono a 'cielo scoperto' nella campagna che pullulla di reperti archeologici.


Iter Venusinus: pagine sulla SS. Trinità  "Incompiuta" di Venosa
A proposito di segni del Lupoli nella SS Trinità di Venosa si può leggere nei suoi Opuscola pubblicati nel 1823 il testo due lapidi commemorative da lui dettate ed infisse nell'area basilicale al tempo dell'Iter.
Opuscola: lapidi dettate per la SS. Trinità di Venosa

Concludo con la giustificazione di questa breve ricerca parafrasando il messaggio espresso in latino dallo stesso Vescovo Michele Arcangelo Lupoli nella nota storiografica da lui apposta nel 1807 agli ACTA INVENTIONIS SANCTORUM CORPORUM SOSII DIACONI AC MARTYRIS MISENATIS Et SEVERINI NORICORUM APOSTOLI redatti a narrazione del ritrovamento delle spoglie del Santo Patrono di Frattamaggiore. Di fronte alle oscurità della storia ancora inesplorata di un popolo egli si augura che sorgano studiosi capaci di dare voce alla “costante e perpetua tradizione e di essere curatori delle memorie patrie” perchè “non c'è niente infatti di più tenace per un popolo che cammina nella storia della eredità spirituale ricevuta dai padri”-


lunedì 13 febbraio 2017

Storiografia delle origini di Frattamaggiore

A modo di recensione del libro di Francesco Montanaro scritto per delineare la storia del suo paese dal III sec. a.C. al XV sec. d.C. (Fracta Major – miti storie documenti – Parte I) e presentato al pubblico il 2 Febbraio 2017. Libro che ho letto con interesse storiografico e recepito come un vero “contributo, in termini di conoscenza e di recupero di memoria”, offerto “alla comunità frattese”.
Esso si presenta come “la prima parte” di un lavoro globale di ricerca storica comunale, cioè “di un'opera complessa di recupero, che sarà completata nel prossimo futuro”. E' articolato in dieci capitoli tematici che ripercorrono la storia del territorio frattese dal III sec. a.C. al XV sec. d.C., analizzandone i tratti fondamentali secondo la periodizzazione classica: nell'epoca romana antica quelli connessi con la vicenda della città di Atella (fino al V secolo d. C.), nell'epoca alto-medievale quelli relativi al sorgere dell'insediamento di Fracta nella Liburia contesa da Longobardi e Bizantini Napoletani (dal VI al X secolo d.C.), nell'epoca medievale quelli relativi alle condizioni di Fracta durante le dominazioni normanna, angioina e aragonese (dal XI al XV secolo d.C.).
I Miti, le Storie, i Documenti, sono evidenziati come ambiti e riferimenti metodologici del percorso di ricerca. Trai i Miti Montanaro indica “il mito misenate dell'origine” legato alla fondazione di Fratta ad opera dei profughi di Miseno, ed il mito della legenda agiografica di San Sossio diacono di Miseno e patrono di Fratta. Le Storie sono quelle dipanate dalle vicende civili ed ecclesiastiche che hanno caratterizzato lo sviluppo di Fratta nei contesti particolari delle dominazioni e nel susseguirsi dei periodi storici. I Documenti sono quelli costituiti dalle fonti compulsate tradizionalmente dalla storiografia locale, quelli utilizzati per aprire nuove piste di ricerca, e quelli inediti per la storia locale frattese che Montanaro riprende dalle trascrizioni manoscritte da Florindo Ferro.

Si tratta di un discorso aperto nello spirito della mission storiografica locale ispirata da Sosio Capasso e che caratterizza l'impegno culturale e la ricerca storica dell'Istituto di Studi Atellani e del suo periodico Rassegna Storica dei Comuni. Un discorso originale ed eccellente quello di Montanaro che si è confrontato utilmente anche con i contributi di altri autori che operano nello stesso spirito e contesto operativo, tra questi Marco Dulvi Corcione, Franco Pezzella, Giacinto Libertini e Bruno D'Errico, i quali hanno anche relazionato alla presentazione di Fracta Major la sera del 2 Febbraio 2017.
Per il periodo alto-medievale il discorso di Montanaro ha fatto riferimenti e confronti anche con alcune piste storiografiche sull'origine di Fracta da me proposte con l'utilizzo delle fonti tradizionali rilette ed arricchite con altre recuperate nei codici monastici dell'area campana.
Ho sviluppato queste piste in Ecclesia Sancti Sossii – Storia Arte Documenti pubblicata nel 2001, in Fratta Benedettina – Codice Diplomatico delle Fratte in Campania pubblicata nel 2008, e in Fratta Città Antica pubblicata ne 2010.
Ripresento in sintesi il ragionamento svolto intorno all'importanza del culto di San Sossio e sull'indicazione della pista monastica benedettina.

Il culto di San Sossio
L'ipotesi delle origini misenate di Fratta, fondata dopo l'abbandono di Miseno circa la metà del IX secolo, insieme con quella dell'importanza dell'originario culto sansossiano, è sempre stata molto cara alla storiografia locale. Infatti quasi tutti gli storici della città, a partire dal canonico Antonio Giordano che scrisse la storia frattese nel 1834, hanno accolto l'invito metodologico del vescovo Lupoli ed hanno voluto sostenere questa ipotesi con documentate e sentite espressioni.
Su questo piano si è mossa tutta la ricerca storica paesana, ed i vari autori hanno poi prodotto una notevole mole di pubblicazioni che configurano, nel loro insieme, una dignitosissima e colta letteratura di storiografia locale che trova pochi riscontri in altre realtà comunali e culturali consimili, sia ai livelli regionali che a quelli nazionali ed internazionali.
La ricerca, pure su temi ulteriori, ha interessato il campo dell'Archivistica, dell'Agiografia, della Storia Civile ed Ecclesiastica, dell'Arte, della Letteratura, delle Tradizioni Popolari, della Economia e della Sociologia.
Una semplice scorsa delle opere presenti nella Sezione di Storia Locale della Biblioteca Comunale può dare il senso del valore e dell'importanza delle molte decine di monografie e di opere fondamentali scritte dai molti autori. Tra le tante basti ricordare quelle di Sosio Capasso, il quale della storia locale in epoca contemporanea è riuscito a fare un vero e coinvolgente culto, e del lavoro di ricerca storica frattese una vera scuola con risvolti accademici che al gusto dello studio ha congiunto la formazione scientifica e la divulgazione della più specifica rivista italiana di Storia Locale: la Rassegna Storica dei Comuni, ricca di varie collane e di contributi eccellenti.
Sullo stesso piano si pongono anche le svariate iniziative civili, formative, scolastiche e culturali, che tendono a valorizzare e a celebrare l'antico retaggio originario frattese.
L'impressione che l'ipotesi delle origini misenati di Fratta fosse eccessivamente esclusiva, e che impedisse altre letture circa i fatti originari frattesi, si era però in qualche modo esplicitata con Bartolommeo Capasso, storico ed archivista napoletano insigne della fine del secolo scorso, nato da genitori frattesi. Questi nel 1896, in un suo commento introduttivo alla Cronica cinquecentesca di Hieronimo De Spenis prete frattese, scrivendo di Frattamaggiore ritenne di doverne, sulla base dei documenti riguardanti la Liburia medievale, spiegare in maniera diversa le origini.
Egli inquadrò le origini del locus di Fratta nelle dinamiche dello sviluppo agricolo del territorio atellano, ove i vantaggiosi contratti agrari richiamavano, indipendentemente dalla spinta delle incursioni saracene, molti coloni disposti ad insediarsi sui terreni da recuperare alla coltura e da migliorare con le piantagioni. Secondo Bartolommeo Capasso, Fratta sarebbe, quindi, sorta verso il IX secolo, umilmente e gradualmente, come borgo contadino al pari di tanti altri "sotto la protezione di ricchi possessori di beni feudali".
L'opinione di Bartolommeo Capasso era quella di uno storico di grande e riconosciuta levatura, e ciò bastò ad inserire nel dibattito storiografico locale elementi di novità interpretativa circa le origini della città.
Convinto assertore della ipotesi misenate fortemente sostenuta nel discorso storico-agiografico ufficiale della fine del secolo scorso e dell'inizio di questo secolo, come quello di Carmelo Pezzullo, di Florindo Ferro e di Raffaele Reccia, lo stesso Sosio Capasso, principale storico frattese contemporaneo, fu sensibile agli stimoli del Bartolommeo. Egli, infatti, già nella sua storia di Frattamaggiore del 1944 inserì nel discorso storico circa le origini cittadine alcuni elementi riconducenti al tema di un preesistente insediamento frattese intorno ad un castello antemurale di Atella.
Il tema di una Fratta preesitente alla colonizzazione dei Misenati è stato poi ripreso come ipotesi di ricerca da vari altri autori di storia locale.
Tra questi Giuseppe e Pasquale Saviano che hanno considerato i dati dello sviluppo agricolo nella Liburia medievale; l'autore di questo lavoro che, in una serie di articoli per il giornale locale 'Il Paese', ha indicato l'importanza del repertorio archeologico scoperto nel sito frattese e della documentazione circa la colonizzazione monastica del territorio; Pasquale Pezzullo che per la Rassegna Storica dei Comuni ha scritto articoli e monografie impegnati a sviluppare una interessante indagine sul remoto passato di Frattamaggiore; e Francesco Montanaro che ha interpretato in chiave antropologica l’ipotesi misenate della fondazione di Fratta come mito d’origine della città affermatosi e consolidatosi a partire dalla storiografia locale del XVIII secolo.
Finora però non e stata ancora bene delineato un quadro completo e chiaro della natura e della cronologia di questa preesistenza.
Credo comunque che, sulla base dei dati emersi dalla ricerca circa i riferimenti rinvenibili ed utili per inverare il valore storico, culturale ed euristico del titolo di Città Benedettina, si possa affermare la possibilità di nuove piste storiografiche complementari per la determinazione dell'identità originaria e storica di Frattamaggiore.
Una di queste è ancora la pista del culto a san Sossio, percorsa però in una direzione nuova per la storia locale, quella monastica benedettina, e cercando di verificare ipotesi nuove della sua presenza nella Fratta antica.

Nell'Introduzione di Fracta Major Francesco Montanaro considera l'importanza per la ricostruzione della storia frattese che ha, “assieme a documenti già noti dell'antica Frattamaggiore, una parte del materiale inedito trascritto alla fine del XIX secolo dal grande storico frattese Florindo Ferro, il quale ricopiò integralmente centinaia di documenti dalle fonti originali conservate nell'Archivio di Stato, nell'Archivio Notarile frattese, nell'Archivio Comunale di Frattamaggiore e nell'Archivio Diocesano di Aversa; alcuni di questi documenti nel corso degli ultimi 130 anni sono andati perduti o distrutti, per cui è molto interessante la loro riscoperta e pubblicazione oggi. Il recupero delle trascrizioni di Ferro, che un secolo fa purtroppo non ebbe il tempo di sistemare tutto il materiale raccolto, è un opera che ci sta oramai impegnando da circa 10 anni: anche se il solerte medico e storico frattese non trovò documenti per dipanare le ombre che nascondono l'origine del casale di Frattamaggiore, riuscì a scoprirne e ricopiarne alcuni, tuttora non conosciuti, riguardanti vicende dei secoli in cui si definirono la sua struttura urbanistica e sociale”.

Si tratta sicuramente di una consegna importantissima per la storiografia locale quella del recupero e della sistemazione delle trascrizioni del Ferro.
Egli era il geniale Bibliofilo del Riscatto, giornale della Fratta liberale dell'inizio del secolo, ed al vaglio della sua ricerca storica e della sua pazienza certosina passarono tutti i documenti privati e pubblici della storia locale. Ogni evento paesano, benché minimo, riceveva dal Ferro la sua corretta collocazione nel quadro generale della storia del paese e la sua celebrazione nella tradizione locale. Florindo Ferro recuperò, tra l'altra, quella documentazione che riportava ai tempi degli antichi congressi della Università di Frattamaggiore, che si tenevano nelle sedi delle Congreghe, secondo un costume antico, dopo il suono della campana, in una ritualità che assegnava al tempo che scorre una preziosità liturgica ed una sacra rappresentazione.
Ho avuto anche io occasione negli anni '80 di vedere e di annotare direttamente molte di quelle trascrizioni, durante alcune visite alla famiglia Ferro fatte in compagnia del sacerdote don Pasqualino Costanzo che pure le conosceva e le utilizzava per alcuni approfondimenti del suo Itinerario Frattese del 1972. Erano state anche sistematicamente riutilizzate da Pasquale Ferro, figlio di Florindo Ferro, per la compilazione della sua Frattamaggiore Sacra del 1974. Molte di quelle trascrizioni fotocopiate furono utilizzate come materiale manoscritto integrativo utile alla realizzazione della Mostra Storia Locale e Documentazione da me curata in collaborazione con la cooperativa di ricerca Studio S e che si tenne nel settembre del 1987 nella piazza del Comune. Quella Mostra, patrocinata dal Comune di Frattamaggiore, divenne poi permanente ed utilizzata per fini didattici nei locali della Scuola Media Bartolommeo Capasso a cura del preside Francesco Capasso.
Accanto alle trascrizioni manoscritte originali, allora depositate nei locali della Famiglia Ferro, si
collocavano anche le raccolte dei manoscritti e delle minute che già Florindo Ferro aveva preparato per stampare alcune delle sue opere pubblicate sulla storia locale, e che forse voleva utilizzare anche per la realizzazione di una opera omnia su Frattamaggiore. Scrisse anche per storie locali di altri comuni diocesani. Tra le opere pubblicate per la storia locale frattese si annotano:
F. Ferro, Memorie storiche della chiesa parrocchiale di Frattamaggiore, Aversa 1894
F. Ferro, Storia di Frattamaggiore a volo d'uccello; in: n.u. 'Frattamaggiore' 1903.
F. Ferro, Prima ricorrenza centenaria della traslazione dei corpi dei santi Sosio e Severino,
             Aversa 1907.
F. Ferro, Notizie sul culto di S.Rocco in Frattamaggiore, Aversa 1910.
F. Ferro, Il culto di San Rocco, Frattamaggiore 1921

F. Ferro, Della Chiesa della SS.Annunziata e di S.Antonio di Frattamaggiore, Napoli1922



venerdì 10 febbraio 2017

Dedicata a don Francesco Caserta


Una camminata in compagnia di un prete
per il paese ove tutti si riconoscono
dalla medievale ecclesia al vicolo nativo.
Momenti di confidenziali e liberi discorsi
nelle mattine domenicali tra la salutata gente.
Racconti di storie condivise e di sacri futuri,
la mia camminata con don Ciccio verso casa.







Su portale della Diocesi di Aversa si può un breve profilo a firma di Angelo Crispino:    Vedi >>>>>

giovedì 9 febbraio 2017

Frattamaggiore Città d'Arte e Città Benedettina

E’ il titolo istituzionalmente riconosciuto alla Città di Frattamaggiore, ed è anche il titolo del libro pubblicato in self-publishing nel 2009 per costituire una “guida storica ed artistica” utile a promuovere la conoscenza e la fruizione progettuale dei beni culturali della città. Sul portale del ilmiolibro.it è possibile la lettura in anteprima e l’acquisto della pubblicazione. Propongo la lettura della presentazione posta nella quarta di copertrina e della prefazione di Angelo Della Corte, Presidente della Pro Loco ‘Francesco Durante’ di Frattamaggiore.

Presentazione - La conoscenza della storia della città è un valore indiscutibile e necessario che serve a mantenere viva nel tempo l'identità della comunità antica e a rafforzare le radici, le tradizioni e i riferimenti celebrativi della comunità moderna.
I due titoli attribuiti a Frattamaggiore - Città Benedettina (1997) e Città d'Arte (2009) - il primo dall'Ordine Monastico di San Benedetto ed il secondo dalla provincia di Napoli, rappresentano un coronamento della storia comunale che è sempre stata ricca di significati religiosi e civili. Questi due titoli sono stati il frutto sia della cultura cittadina formatasi sulla consapevolezza del valore del patrimonio locale, e sia del riconoscimento di questo valore da parte degli Enti proponenti.
Frattamaggiore propone interessanti richiami che attengono il pellegrinaggio ed il turismo internazionale: la sua Basilica Pontificia custodisce i corpi di San Sossio e di San Severino ed è meta religiosa delle comunità italiane ed estere devote al martire del paleocristianesimo campano e al monaco evangelizzatore dell'Austria e delle nazioni del Danubio.
La fioritura locale degli studi agiografici ha favorito l'approfondimento della conoscenza dei due santi ed ha consentito il riconoscimento dell'importanza del loro culto nel quadro della cultura cristiana e monastica europea e mediterranea.
Questo libro si propone come una guida nuova storica ed artistica della città, e raccoglie ricerche studi e comunicazioni tra quelli che hanno maggiormente caratterizzato l'informazione e i contenuti del dibattito intorno al patrimonio frattese. Essi hanno fatto da riferimento conoscitivo per la storia locale ed hanno costituito un sapere utile per la consapevolezza dei cittadini e per l'attribuzione istituzionale dei due titoli, contribuendo alla conoscenza della identità culturale del paese e ad allargare gli orizzonti futuri della sua storia.

Prefazione - E' sempre buon segno la nascita di una nuova pubblicazione letteraria poiché denota la vivacità e la ricchezza culturale della nostra città.
La proclamazione di Frattamaggiore a città benedettina e città d'arte è stato il coronamento di un lavoro e di una passione che ha visto uniti cittadini frattesi che rappresentavano sia il mondo istituzionale, sia quello religioso ed associativo. Lo scriverne è sempre un motivo di vanto e di orgoglio per la "nostra città" e per ogni cittadino frattese e tutti noi ci dobbiamo sentire impegnati a dare il massimo contributo personale affinché Frattamaggiore conservi e rinnovi per le nuove generazioni la voglia di cultura, di arte e del "sapere" che la hanno resa grande nei secoli passati.
Come presidente della pro loco cittadina rivendico con orgoglio insieme ai soci, di essere stato tra i promotori delle numerose iniziative che hanno portato al raggiungimento dell'ambito traguardo della proclamazione di Frattamaggiore città benedettina e città d'arte.
Un ringraziamento da parte nostra e credo di tutti i cittadini frattesi và ai sindaci Pasquale Di Gennaro, Vincenzo Del Prete e Francesco Russo, ed al sempre operoso parroco di San Sossio, don Sossio Rossi, i quali con passione, impegno, e caparbietà hanno consentito la riuscita delle
proclamazioni.
Ai cittadini frattesi consigliamo vivamente la lettura dell'opera per avere una approfondita ed esaustiva conoscenza delle ragioni storiche, culturali e religiose che hanno fatto sì che Frattamaggiore si fregi dei titoli di città benedettina e città d'arte.


domenica 5 febbraio 2017

Il sacro significato del lavoro e dell’attività umana

Rileggendo qualche capitolo della tesi di laurea in Sociologia del Lavoro, a distanza di un quarantennio dalla sua discussione accademica, ho rivissuto con un certo compiacimento i ragionamenti fatti per delineare il quadro teorico dei concetti utilizzati per la trattazione dell’argomento: una disamina sociologica delle problematiche scientifiche ed ideologiche legate al lavoro dell’uomo nella società contemporanea e una ricerca sul suo senso storico.


In questo pomeriggio domenicale mi sono quindi inoltrato ancora un poco, con qualche lettura di approfondimento di carattere teologico, sul percorso iniziato con quella giovanile ricerca, ed ho rinvenuto così il brano sull’attività umana leggibile ai numeri 35-36 della Gaudium et spes, la Costituzione pastorale del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il dono ecclesiale di un orizzonte di sacro significato del lavoro e dell’attività umana. 


Da Gs 35-36

L’attività umana, come deriva dall’uomo, così è ordinata all’uomo. L’uomo, infatti, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma anche perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. L’uomo vale più per quello che è che per quello che ha.
Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono fornire, per così dire, la materia alla promozione umana, ma da soli non valgono in nessun modo ad effettuarla.

Ecco dunque qual è la norma dell’attività umana. Secondo il disegno di Dio e la sua volontà l’attività dell’uomo deve corrispondere al vero bene dell’umanità, e permettere agli individui, sia in quanto singoli che quali membri della collettività, di coltivare e di attuare la loro integrale vocazione.
Molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l’autonomia degli uomini, delle società, delle scienze. Ora se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma anche è conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricavano la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte. Perciò se la ricerca metodica di ogni disciplina procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza che egli se ne avveda, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono. A questo punto, ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancano nemmeno tra i cristiani. Alcuni per non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, suscitano contese e controversie e pervertono molti spiriti a tal punto da farli ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro.
Se però con l’espressione «autonomia delle realtà temporali» si intende che le cose create non dipendono da Dio, che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora tutti quelli che credono in Dio avvertono quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce.

La Gaudium et spes sul portale del Vaticano