sabato 19 maggio 2018

Il discorso missionario di padre Ferdinando Germani


Dal catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale si rilevano oltre 50 monografie scritte da p. Ferdinando Germani dagli anni ‘70 del secolo scorso al 2013. Un ulteriore elenco di opere mi è stato fornito del giovane bibliotecario che opera nella sede del PIME di Ducenta.
Quello di Padre Germani è un lungo discorso tutto incentrato sull’argomento missionario e sulla evangelizzazione, rivolto ai giovani, ai religiosi e alla gente, per far conoscere nel contesto locale ed internazionale storie di santità e vocazioni missionarie esemplari. Un servizio di studio e di ricerca che lo ha visto costantemente impegnato nella sua vita di sacerdote del Pontificio Istituto delle Missioni Estere (PIME).
Sul portale del PIME, il giorno della dipartita di padre Germani, è stato pubblicato un comunicato sintetico:

Oggi, 15 maggio 2018, alle ore 12.10 è morto a Lecco P. Ferdinando Germani. Avrebbe compiuto 95 anni nel mese di giugno.
I funerali si svolgeranno giovedì 17 maggio alle ore 9.30 nella nostra Cappella di Lecco e il giorno dopo al PIME di Ducenta alle ore 10.00. Sarà sepolto nel nostro cimitero di Ducenta.
Nato il 1° giugno 1923, emette il giuramento perpetuo a Ducenta il 6 luglio 1946 ed è ordinato sacerdote il 22 giugno 1947. Per molti anni è amministratore dell’ufficio stampa del PIME a Napoli. Nel 1966 cede la redazione di "Venga il tuo Regno" a P. Giuseppe Buono. Nel 1970 è nominato vice-postulatore per la Causa di Beatificazione di P. Manna. Trasferita la sede del PIME a Napoli da via Tasso 91 al viale Colli Aminei 36, viene nominato amministratore unico della Casa, Centro Missionario e Stampa. Nel 1974 viene nominato ‘ufficialmente’ Procuratore delle Missioni per la Regione ITM, sebbene esercitasse quest’ufficio già dal 1957.
La figura di P. Germani è inseparabile da quella di P. Manna. La sua è stata una vita spesa per far conoscere questo campione della missione. Innumerevoli i libri che gli ha dedicato.
Ricordiamolo nelle nostre preghiere.


La mattina del 18 maggio 2018 il Vescovo di Aversa mons. Angelo Spinillo ha presieduto la celebrazione eucaristica per i funerali di padre Germani nella chiesa del PIME di Ducenta e ai numerosi fedeli, confratelli religiosi e laici partecipanti, ha rivolto una omelia con la quale ha evidenziato la spiritualità e il significato ecclesiale della vocazione missionaria.

Conobbi padre Germani in occasione di una mostra del libro organizzata dalla Parrocchia di San Rocco di Frattamaggiore una quindicina di anni fa. Ci mise a disposizione alcune copie del libro da lui scritto nel 1987 sulla vita di Padre Mario Vergara missionario frattese del PIME che nel 2014 da Papa Francesco è stato beatificato insieme con il catechista birmano Isidoro.
Nacque con lui un dialogo sull’inpegno missionario e sulla ricerca agiografica di cui egli era vero maestro. Un dialogo che divenne operativo e collaborativo con la chiesa locale frattese, in particolare con la Basilica Pontificia di San Sossio, impegnata per la beatificazione di padre Mario Vergara e del catechista Isidoro e nel promuovere, in collaborazione con la chiesa birmana, la ricerca e la conoscenza della vita del missionario martire in Birmania.
Si sono avute diverse opere sulla vita di Padre Mario Vergara, ma la biografia principale e di riferimento per gli scritti successivi rimane sempre quella prodotta da padre Ferdinando Germani nel 1987. Quella corposa biografia di circa 200 pagine, a cui diede il titolo “P. Mario Vergara – Martire della Fede e della Carità in Birmania”, ricevette la prefazione di Mons. Angelo Perrotta, parroco di San Sossio ed amico personale di Padre Vergara. Essa è introdotta anche da una riflessione personale di padre Germani, intensa ed educativa, che riporto di seguito.


Portale del PIME Ducenta

giovedì 10 maggio 2018

Il Giorno della Memoria: verità e democrazia


In coincidenza con il 40° del ritrovamento del corpo dell’on. Aldo Moro in Via Caetani (9 maggio 1978), al Quirinale si è celebrato il Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato presente ai vari momenti della celebrazione ed ha tenuto il discorso conclusivo. La cerimonia è svolta nella mattinata ed è stata trasmessa in diretta televisiva, poco dopo l’omaggio del Presidente e delle Autorità in Via Caetani.
Il Giorno della Memoria fu istituito nel 2007 dal Parlamento e fu illustrato con il libro “Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana”, edito dalla Presidenza della Repubblica ed introdotto dal Presidente Giorgio Napolitano.
Mattarella ha sottolineato l’importanza della data connessa con l’omicidio di Moro, scelta per essere carica di significato come punto emblematico dell’attacco all’ordine costituzionale dello Stato, e come memoria che deve restituire alle giovani generazioni l’insegnamento, le speranze e l’opera, di coloro che sono stati sradicati con la violenza.
Il comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica descrive i momenti della cerimonia al Quirinale: l’Inno nazionale e quello europeo eseguiti dal Coro del Teatro dell’Opera di Roma, con il brano “Lacrimosa” dal Requiem di Mozart; l’intervento del giornalista Ezio Mauro; l’intervento degli studenti Michela Bivacqua e Filippo Ursillo; la premiazione delle Scuole vincitrici del Concorso “Tracce di Memoria” istituito dal MIUR in collaborazione con la “Rete degli Archivi per non dimenticare”.

Il discorso di Ezio Mauro, sintesi di una lunga ricerca giornalistica e storica, si è orientato sulla analisi dell’esperienza della democrazia in Italia, sul paradosso di “una frangia della generazione cresciuta nella democrazia riconquistata dopo un ventennio di dittatura, e nella libertà ristabilita dopo gli orrori della guerra”, la quale ha ceduto “a utopie di opposta sopraffazione, che hanno la loro radice nelle ideologie totalitarie”. Si è rivolto alla comprensione statistica degli “anni di piombo”, dei ferimenti e delle morti numerose per terrorismo negli anni ‘70. Ha evidenziato le storie personali, familiari, professionali, sottese a quei tragici avvenimenti. 

Ha evocato gli oggetti delle persone colpite: “una bicicletta, una penna, due borse, un quaderno, una toga: strumenti di una normalità quotidiana trasformata in bersaglio, nella sproporzione incolmabile che esiste tra chi si apposta con una pistola puntata per uccidere e chi conduce la sua vita libera tra uomini liberi, da cui non deve guardarsi”. Per tutte queste storie che si intrecciano con la la storia della democrazia si hanno “due obblighi che ci riguardano tutti: dobbiamo memoria, e dobbiamo verità, perché la verità è la vera, suprema forma di giustizia. Nella consapevolezza, tuttavia, che la democrazia ha vinto la sfida con il terrorismo, in quegli anni. Fragile, imperfetta, incoerente, a tratti infedele, la democrazia è riuscita a prevalere, ha sconfitto il mito della falsa rivoluzione. E lo ha fatto senza leggi speciali, senza sfigurarsi. Perché la democrazia ha il diritto di difendersi quando è sotto attacco, ma ha il dovere di farlo rimanendo se stessa, sapendo che si salva non ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, ma soltanto se porta in salvo con sé le sue buone ragioni, preservandole intatte”.

Il discorso del Presidente Mattarella si pone nella prospettiva più alta ed esplicativa; quella della giusta ricomposizione esperienziale umana ed istituzionale della democrazia in Italia. Una operazione di giustizia e di verità che deve riconoscere e ripercorrere le tracce del cammino della libertà e del dialogo costruttivo. Esso trova un punto centrale nel ragionamento sul radicamento della democrazia nella coscienza del popolo italiano e nella descrizione delle ragioni che hanno portato alla isituzione del Giorno della Memoria per le vittime del terrorismo e alla pubblicazione del libro della Presidenza della Repubblica ad esso dedicato.
Leggiamo di seguito:
possiamo convenire su un giudizio storico: la nostra democrazia, aggredita e ferita, è riuscita a prevalere per la forza del suo radicamento nella coscienza del popolo italiano.
Cercare la verità è sempre un obiettivo primario della democrazia. La verità è inseparabile dalla libertà. Tante verità sono state ricostruite e conquistate, grazie anche all'impegno e al sacrificio di servitori dello Stato, mentre altre non sono ancora del tutto chiarite, o sono rimaste oscure. Non rinunceremo a cercarle con gli strumenti della legge, e con un impegno che deve essere corale. Questa ricerca deve accompagnarsi alla riflessione e al confronto sulle radici sociali, ideologiche del terrorismo. All'opposto dei regimi autoritari, la democrazia ha sempre bisogno di sapere, di coinvolgere, di scavare nella realtà, di portare alla luce e non di occultare. Di avere la verità. Tanta strada si è fatta. Nelle attività di indagini, nei processi giudiziari, nel lavoro giornalistico e pubblicistico, nell'approfondimento storico e culturale. In questa giornata, è giusto sottolineare che il percorso va proseguito insieme.
I familiari delle vittime hanno dato un grande contributo per avviare la nostra società a una ricostruzione che svelasse le responsabilità, le possibili connessioni con interessi esterni al nostro Paese, le complicità, i disegni e gli obiettivi criminali. La sofferenza dei familiari è stata tradotta, nelle Associazioni a cui hanno dato vita, nell'impegno civile che ha aiutato la crescita di una consapevolezza collettiva.
Quando la verità è riuscita a emergere, e si è accompagnata, da parte di alcuni terroristi, al riconoscimento delle proprie colpe e alla presa d'atto della mancanza di qualunque giustificazione della loro folle strategia, talvolta si sono anche aperti canali di dialogo personali, e spazi nei quali le coscienze si sono interrogate sul senso della riconciliazione. Sono spazi che la dimensione pubblica non può varcare: si può soltanto rispettare una così grande umanità, che ha fatto seguito a una così crudele disumanità.
Non pochi di coloro che hanno seminato morte e violenza hanno finito di scontare la loro pena, e dunque hanno avuto la possibilità di reinserirsi nella società. Le responsabilità morali e storiche tuttavia non si cancellano insieme a quelle penali, e ciò impone un senso di misura, di ritegno, che mai come a questo riguardo appare indispensabile.
Ci sono stati casi, purtroppo, in cui questa misura è stata superata, con dichiarazioni irrispettose e, talvolta, arroganti, che feriscono e che, insidiosamente, tentano di ribaltare il senso degli eventi, di fornire alibi di fronte alla storia. Questo non può essere consentito.
Bene ha fatto il presidente Giorgio Napolitano - a cui rivolgo un affettuoso saluto - a raccogliere e pubblicare, dieci anni fa, in un volume edito dall'Istituto Poligrafico, tutti i nomi e i volti delle vittime degli anni di piombo, affiancando quanti sono stati colpiti dalle varie sigle del terrorismo rosso a coloro sono rimasti vittime dei terroristi neri e delle stragi che hanno sconvolto il nostro Paese.
Quel documento non è il libro bianco di una democrazia fragile, ma un atto di coraggio dello Stato repubblicano che sa di aver sconfitto le trame eversive e i progetti di destabilizzazione, e che riconosce nei caduti una ragione di unità, un fondamento delle proprie basi morali.
Non dimenticheremo neppure un nome, neppure un volto, neppure una storia".


mercoledì 2 maggio 2018

In onore del vescovo Nicola Capasso


Negli ultimi giorni di aprile di quest’anno 2018 si sono svolti incontri di studio e celebrazioni religiose per la memoria di Mons. Nicola Capasso, originario frattese e vescovo di Acerra dal 1933 al 1966. Nicola Capasso era nato a Frattamaggiore il 2 agosto del 1886 ed ivi era morto il 27 aprile del 1968.
Nel 50° della sua dipartita la Diocesi di Acerra ha celebrato la figura del vescovo con un incontro di studio che si è tenuto il 27 aprile nella sede della Biblioteca del Seminario.
Il giorno seguente, organizzati dalla antica Congrega dei Preti frattesi, si sono avuti vari momenti celebrativi a Frattamaggiore vissuti insieme con il vescovo ed il clero acerrano: la visita alla Parrocchia di San Rocco ove Nicola Capasso fu primo parroco dal 1919 al 1933, la visita alla sua sepoltura nel Cimitero frattese, la visita alla Pinacoteca e la concelebrazione eucaristica nella Basilica Pontificia di San Sossio.

Sul portale della Diocesi di Acerra si leggono le iniziative svolte e i tratti etici e religiosi fondamentali della figura del vescovo Capasso: 

  Il 27 aprile del 1968 moriva monsignor Nicola Capasso, vescovo di Acerra dal 1933 al 1966. La diocesi lo ricorda il  27 aprile 2018 alle 18.30 con un convegno nella Biblioteca diocesana in piazza duomo. Introdotto dal vescovo Antonio Di Donna, interviene il prof Gennaro Niola, direttore del Museo diocesano. Originario di Frattamaggiore, non lontano da Acerra, Capasso prese la guida della diocesi a soli 46 anni nel 1933. Operosità e rispetto dell’ortodossia furono al centro della suo servizio di vescovo, riservando particolare cura alla formazione dei sacerdoti, per i quali fu padre autorevole e affidabile. Non trascurò nulla della vita ecclesiale: attuò nuove relazioni con la società civile e a lui si deve l’ultimo Sinodo della diocesi. Uomo di cultura, scriveva personalmente il bollettino diocesano. Volle biblioteca e archivio della diocesi. Sensibile all’arte, ipotizzò un Museo diocesano, e un altro da dedicare al patrono sant’Alfonso. Povero e riservato, occupava solo una parte del palazzo vescovile.
Il ricordo di Capasso si lega ai giorni dell’eccidio di Acerra del 1943, durante i quali egli scese in strada, affrontò a viso aperto i soldati nazisti e come un padre fu vicino alla gente, fino a ricomporre egli stesso i cadaveri e a portarli al cimitero. Successivamente, rifiutò l’onorificenza per tale opera.
Partecipò a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II. A più di ottanta anni si dimise nel 1966 ritirandosi nella casa di famiglia a Frattamaggiore, dove morì il 27 aprile del 1968. E dove sulla sua tomba si recheranno in pellegrinaggio il vescovo e i sacerdoti della diocesi di Acerra sabato 28 aprile.

Sulle pagine social frattesi si seguono i vari momenti locali organizzati in onore dello stesso vescovo. Molti media, in particolare il portale linkabile, hanno divulgato e commentato le iniziative e la notizia della Concelebrazione con ampio reportage fotografico e con il rilievo dell’intervento commemorativo di mons. Angelo Crispino, presidente della Congrega dei Preti frattesi:

La concelebrazione è stata presieduta, in una forma solenne ed con una straordinaria partecipazione del mondo ecclesiastico nonché autorità religiose civili e militari, tant’è che a presiedere alla cerimonia religiosa insieme al Vescovo di Acerra S.E. Mons. Antonio Di Donna, hanno concelebrato l’Arcivescovo S. E. Mons. Alessandro D’Errico Nunzio Apostolico a Malta e in Libia, il Vescovo di Aversa S.E. Mons. Angelo Spinillo, il Vescovo emerito di Aversa, S.E. Mons. Mario Milano, il Presidente della Congrega dei Preti Frattesi, Mons. Angelo Crispino, il Parroco Mons. Sossio Rossi; e tutto il Clero di Frattamaggiore ed Acerra. Presente per l’amministrazione il Sindaco di Frattamaggiore, Dott. Marco Antonio del Prete.
Di grande spessore storico, culturale e religioso è stato il discorso celebrativo tenuto da S.E. Mons. Angelo Crispino.

In Frattamaggiore si conservano memorie importanti del vescovo Capasso. In particolare la Parrocchia di San Rocco che ancor vive dei segni della sua pastorale e ne cura con mostre e pubblicazioni la conservazione documentale (Cronache, Libri Parrocchiali, e l’Emeroteca del Pellegrino, giornale da lui fondato nel 1924).
Importanti sono anche i segni della memoria del vescovo legati alla Basilica Pontificia di San Sossio; soprattutto quello del suo pastorale, personalmente ed esemplarmente donato nel 1946 per la ricostruzione della chiesa che era stata distrutta da un incendio nel Novembre del 1945.
Nei giorni seguenti le celebrazioni, con la piazza antistante la Basilica frattese silente e liberata dalla moltitudine, si è potuto pienamente ammirare la figura fotografica di S.E. Mons. Nicola Capasso, in alto sul portale marmoreo rinascimentale della chiesa. Si è avuto il senso di una ‘restituzione’ alla città e alla ecclesia locale della grande personalità di un pastore buono ed esemplare.
E’ stato naturale per lo storico ritrovare negli anfratti della documentazione antica una testimonianza che si riferisce alla ‘restituzione’ del pastorale di Nicola Capasso.
Lo aveva promesso nella grande celebrazione in piazza del 29 dicembre 1945, subito dopo l’incendio di San Sossio; e lo fece accompagnando il gesto con le parole ufficiali del Vescovo di Acerra pubblicate sul Pellegrino del Febbraio del 1946. Le leggiamo di seguito.




Devozione e culto mariano


RIFLESSIONE TEOLOGICA

La riflessione teologica individua le basi evangeliche, patristiche e tradizionali del culto di Maria.
Nei Vangeli Maria appare inserita nel misterioso piano di Dio con il concepimento verginale di Gesù, con il suo dialogo di fede con Dio, con la sequela del Figlio fino alla croce, e con la sua condivisione con la Comunità degli apostoli.
La riflessione dei Padri della Chiesa, in epoca antica, individua per Maria le caratterizzazioni principali che fondano la dogmatica cattolica: Theotòkos (Madre di Dio) al Concilio di Efeso del 431; sempre Vergine al Concilio Laterano del 649; culto delle Icone e della venerazione al Concilio di Nicea del 787.
La tradizione rimarca i tratti della devozione mariana che si consolidano nelle varie epoche.
Nel Medioevo della preghiera monastica e dello schema feudale, Maria è Regina, Madre di Misericordia; è Mediatrice della riconciliazione tra Cristo e la Chiesa; ed è Madre dei Miracoli a favore dei peccatori.
Nell’Età Moderna Maria è la Serva del Signore partecipe alla sua redenzione (Concilio di Trento); la devozione mariana diviene molto diffusa e popolare e, con il Rosario si incentra sulla comprensione del Mistero di Cristo.
Nell’Età Contemporanea le apparizioni della Madonna a Caterina Labourè (1830) e a Bernadette Soubirous a Lourdes (1858) accompagnano la formulazione del Dogma della Immacolata Concezione (1854) stabilito da Pio IX con tutti i Vescovi del mondo. La grande diffusione del culto mariano culmina nel Dogma dell’Assunzione di Maria stabilito da Pio XII nel 1950.
Oggi la Dottrina Mariana si basa soprattutto sulla Lumen Gentium, costituzione del Concilio Vaticano II, che indica la figura di Maria come Madre del Salvatore inserita nel mistero di Cristo, della Chiesa e della Salvezza. Essa ha trovato anche un grande sostenitore in Giovanni Paolo II, papa mariano, che nel 2003 ha scritto la Lettera Apostolica ROSARIUM VIRGINIS MARIAE.
I teologi contemporanei riconoscono nella persona e nella funzione di Maria “l’icona del mistero” (B. Forte), la “microstoria della salvezza” (S. De Flores), la “chiave del mistero cristiano” (R. Laurentin). La recente celebrazione del 150° delle apparizioni della Vergine, Immacolata Concezione, a Lourdes si è caricata di grandissimi significati, biblici, teologici e devozionali, per i milioni di credenti e di pellegrini.

DEVOTIO MEDIEVALE
Nella seconda metà dell' XI secolo, la Riforma Gregoriana e la Riforma Benedettina rinnovarono la vita della chiesa e la vita dei monasteri. Lo spirito di quella Riforma era portatore di una fortissima impronta mariana, e anche la santità del tempo si connotò di molti caratteri mariani. Basti ricordare San Bernardo. Il Rosario promosso dai Benedettini come una forma di Salterio Laico si arricchì con la Salve Regina Mater Misericordiae formulata da Odone di Cluny.
Si capisce così che l’Opus Dei della tradizione Monastica ed Ecclesiastica sono intimamente legati alla Tradizione e alla Devozione popolare mariana, e rappresentano insieme i versanti partecipativi di una stessa spiritualità e di una stessa preghiera originaria della Chiesa. E allora diviene bello ripercorrere un poco le tappe della storia della devozione Mariana, della devozione rivolta alla Madre di Dio e alla Madre della Chiesa per comprendere come questa sia ricca delle istanze della Spiritualità cristiana e della Pastorale.
Partiamo proprio dal Rosario che si sviluppò come parallelo popolare del Salterio dei Monaci Benedettini che nel corso del giorno e della notte meditavano sui misteri della salvezza pregando nelle diverse ore i 150 Salmi del Vecchio Testamento. La Gente del contado, al rintocco delle ore del monastero e della Chiesa meditava sui misteri della Salvezza recitando le 150 Ave Maria sui grani del Rosario che fungeva così da Salterio dei poveri.
Le chiese allora erano ricche di affreschi che narravano la storia sacra, la Biblia Pauperum, ed il pensiero dei contadini e dei lavoratori si rivolgeva spontaneamente a quelle rappresentazioni visive per meditare e per pregare: Nel primo mistero il Padre Nostro, l’Ave Maria per 10 volte. Così è nato il Rosario e così si è formata la spiritualità della devozione mariana di Maggio.
Nei successivi secoli medievali (dal XII al XV) che videro sorgere molti altri ordini religiosi, come i Francescani e i Domenicani, si formarono altre pratiche devozionali mariane: Il Rosario fu valorizzato da San Domenico e fu diffuso dappertutto dai suoi Frati Domenicani; l'Angelus divenne una recita preferenziale e scandiva il comune tempo delle comunità religiose e dei fedeli; si diffuse la recita delle Litanie; i Servi di Maria introdussero la forma completa dell'Ave Maria; e a Mantova si istituì il Maggio mariano.

MESE DI MAGGIO E CULTO MARIANO
Nel mese di Maggio la tradizione cristiana ha posto le devozioni più popolari, e la riflessione spirituale più partecipata del culto a Maria. Maria è un simbolo della Chiesa e quindi il 'Maggio a Maria' ha un posto d'onore nella devozione della Chiesa.
Quando il cielo delle elevazioni a Maria era già stato raggiunto con gli inni liturgici, con le orazioni ritmiche, con la teologia e con l'arte (Giotto, Beato Angelico ecc.), nelle comunità antiche, nelle chiese orientali, nei monasteri medievali, nelle liturgie pontificali; fu il domenicano Enrico Susone ad istituire, nel XIV secolo, la prima devozione mariana maggese dopo la diffusione del rosario voluta da San Domenico. Si trattava di portare omaggi floreali, nel primo giorno di Maggio, agli altari della Vergine, per esaltarne la regalità celeste.
Nello stesso tempo a Mantova si celebrò Maria nelle domeniche di Maggio. Gli omaggi floreali divennero poi fioretti, omaggi spirituali.
Nella Roma del XVII secolo, i Gesuiti furono autori dei MESI MARIANI: libretti contenenti esempi, preghiere e fioretti, che nelle successive narrazioni del padre Alfonso Muzzarelli ebbero una presentazione giornaliera e in quelle del canonico napoletano Francesco Di Domenico divennero DISCORSI SACRI.
La pratica solenne del maggio mariano fu istituita nel 1784 dai Camillini nella Chiesa della Madonnina a Ferrara.
Ad Aversa particolare importanza devozionale riveste l'esistenza in Cattedrale di un modello della Casa di Loreto, voluta nel '600 dal Vescovo Carlo I Carafa.
Nel '700, il Vescovo Nicolò Spinelli, rivolgendosi ad un peccatore, mitigava gli eccessi devozionali nel suo CATECHISMO:
"Se con questa divozione intende continuare nel peccato più francamente; non è divoto della Madonna, ma nemico: Se intende venire a penitenza, e si sforza di farlo; piace molto alla Vergine, la quale gode d'esser rifugio ed Avvocata di tali peccatori".

DOGMA DELL’IMMACOLATA
L’8 dicembre 1854 Pio IX definì in questi termini la concezione immacolata di Maria:
"La dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del ge6enre umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli".
La Chiesa riconosce nell’Immacolata la realizzazione del progetto di Dio sul nuovo popolo messianico, nella sua espressione più alta che è quella sponsale, di cui è il prototipo. La liturgia dell’8 dicembre, infatti, pone sulle labbra di Maria le parole del Cantico: "Esulto e gioisco nel Signore perché mi ha avvolto con il manto della giustizia, come una sposa adorna di gioielli", perché la sua concezione immacolata ha segnato l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo, senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza.

APPARIZIONI MARIANE
Le apparizioni della Vergine dettero ancora più importanza alle devozioni. Oggi, con il culto in chiesa, non è raro che si accompagnino le infiorate alle edicole votive, l'allestimento di altarini domestici dove viene posta una statua itinerante della Vergine.
Per Maria, apparsa alla umanità contemporanea ed in attesa nelle mete del pellegrinaggio, ci si muove sempre e si è sempre impegnati nella semplicità della preghiera personale e nel fasto della preghiera comunitaria. Il pensiero dei credenti si inoltra nelle favolose considerazioni del suo mistero, corre alle ardite riflessioni teologiche che riguardano gli avvenimenti testimoniati e creduti e la fede stessa: il Rosario e il Dogma.
Il Dogma dell’Immacolata Concezione, della creazione nuova, che trova un riverbero nella Vergine apparsa a Lourdes. Il Rosario nella cui recita si ritrova la sintesi delle apparizioni di Fatima e l’aggiunta della stessa preghiera voluta dalla Vergine:
"O Gesù perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell'inferno; portate in Cielo tutte le
anime, e soccorrete specialmente le più bisognose della vostra misericordia".

MARIA MADRE DELLA CHIESA
L'avvenimento mariano più importante di questo secolo è stato senza dubbio il Concilio Vaticano II, perché da esso è scaturita una prospettiva mariana che investe il campo dottrinale, liturgico, pastorale e devozionale. Il Concilio ha voluto risituare Maria al punto di partenza e al centro stesso del mistero di salvezza. L'inserimento di Maria nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa può considerarsi un segno del rapporto di esemplarità che intercorre fra Maria e la Chiesa: la Vergine è tipo e compimento della Chiesa.
Inoltre, la Vergine è Madre della Chiesa, giacché è Madre di Cristo e di tutto il Popolo di Dio, sia dei fedeli che dei Pastori.
Paolo VI ebbe a cuore il proclamarlo solennemente a conclusione della terza sessione del Concilio, offrendo in tale titolo una sintesi della mariologia del Concilio (cfr. DC, 6.XII.64, col 1544).
Giovanni Paolo II nel 1980 fece inserire nelle Litanie Lauretane la preghiera a Maria Madre della Chiesa.
Benedetto XVI nell'omelia dell'Assunzione del 2005 disse queste parole: "Maria è assunta in cielo in corpo e anima: anche per il corpo c’è posto in Dio. Il cielo non è più per noi una sfera molto lontana e sconosciuta. Nel cielo abbiamo una madre. E la Madre di Dio, la Madre del Figlio di Dio, è la nostra Madre. Egli stesso lo ha detto. Ne ha fatto la nostra Madre, quando ha detto al discepolo e a tutti noi: “Ecco la tua Madre!” Nel cielo abbiamo una Madre. Il cielo è aperto, il cielo ha un cuore".
Papa Francesco per il Lunedì dopo Pentecoste, a partire da quest’anno, ha istituito la celebrazione della Festa di Maria Madre della Chiesa.

UNA NOTA DI STORIA LOCALE
Alcuni dati storiografici ci inducono a dare una importanza singolare alla devozione per l’Immacolata nella nostra terra, che appare riconnessa al dibattito teologico svoltosi in Campania intorno all’anno mille. Si può notare, nello sviluppo della devozione mariana del nostro territorio diocesano (diocesi di Aversa) un riferimento storico-teologico che pone l'area culturale locale tra quelle che per prime, a partire dal medioevo, hanno riconosciuto alla Madre di Dio l'onore del titolo dell' Immacolata Concezione.
Questo riferimento, come viene rilevato in uno studio sulla teologia medievale (L. Orabona, La societa cristiana del Medioevo), rimanda al trattato mariano di Eadmero, monaco benedettino nel monastero di San Salvatore Telesino, vissuto nell'XI secolo al seguito di Sant'Anselmo, Arcivescovo di Canterbury, che lo conobbe durante un suo viaggio in Campania.
L’importanza di tale riferimento si coglie ancor più in considerazione del fatto che il santuario mariano di Frattamaggiore è il principale luogo diocesano dedicato all’Immacolata, costruito all’epoca della proclamazione del dogma sul sito di una preesistente chiesa medievale.
Il tempio odierno è quindi espressione sentita della religiosità frattese, immediatamente impegnata nella celebrazione del dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria, all’indomani della formulazione fatta da Pio IX l’8 Dicembre del 1854.
Ma anche la cronaca antica ci parla già della venerazione per la Madonna Immacolata, che diviene per i frattesi, grazie al dogma, un luogo tra i più lucenti nell’orizzonte devozionale.
A Maria il popolo frattese ha sempre dedicato chiese e cappelle, quasi ripercorrendo con i titoli mariani locali i grani misteriosi di un rosario antico: Maria SS.a Annunziata, Madonna della Grazia. Madre del Carmelo, Madonna di Casaluce, Madonna Immacolata, Maria Assunta in Cielo, Maria Regina degli Angeli e dei Santi.

giovedì 1 febbraio 2018

La luce vivissima dell’educazione dei giovani

La luce vivissima era quella vista da Don Bosco nel Sogno dei Dieci Diamanti, e di cui era circonfusa la figura del giovanetto che nel sogno esortava il Santo e i suoi confratelli a bene operarare per l’educazione dei giovani.
L’esortazione del sogno era anche l’impegno reale che i Salesiani praticavano, e ancora praticano, nel campo educativo e con l’ispirazione al metodo pedagogico formulato dopo la metà dell’800 dal loro fondatore: il Sistema preventivo nell’educazione della gioventù.
Nella visione del sogno i “Dieci Diamanti” di cui era rivestita la splendida veste del ‘Maestro’ apparso ai Salesiani erano le 3 virtù teologiche (Fede Speranza Carità), i 3 consigli evangelici (Povertà Obbedienza Castità) e 4 orientamenti comportamentali (Lavoro Temperanza Premio Digiuno).
Propongo alla riflessione i testi ricavati dalle fonti salesiane riguardanti il metodo pedagogico di Don Bosco e la narrazione del suo Sogno dei Dieci Diamanti.

IL SISTEMA PREVENTIVO NELLA EDUCAZIONE DELLA GIOVENTÙ
Più volte fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri intorno al così detto sistema preventivo che si suole usare nelle nostre case. Per mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e presentemente ne do qui un cenno, che spero sia come l'indice di quanto ho in animo di pubblicare in una operetta appositamente preparata, se Dio mi darà tanto di vita da poterlo effettuare, e ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione. Dirò adunque: in che cosa consista il Sistema Preventivo, e perché debbasi preferire: sua pratica applicazione, e suoi vantaggi.
I n che cosa consiste il Sistema Preventivo e perché debbasi preferire.
Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. Il sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove è d'uopo, il meritato castigo. In questo sistema le parole e l'aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni famigliarità coi dipendenti. Il Direttore per accrescere valore alla sua autorità dovrà trovarsi di rado
tra i suoi soggetti e per lo più quando si tratta di punire o di minacciare. Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò ohe è conforme alle leggi e alle prescrizioni.
Diverso, e direi, opposto è il sistema Preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un istituto e poi sorvegliare in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l'occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evenienza, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze [...]
Il sistema Preventivo rende affezionato l'allievo in modo che l'educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo dell'educazione, sia dopo di essa. L'educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora che si troverà negli impieghi, negli uffizi civili e nel commercio. Per queste e molte altre ragioni pare che il sistema Preventivo debba preferirsi al Repressivo.
(Fonte: Inaugurazione del Patronato di S. Pietro in Nizza a Mare. Scopo del medesimo esposto dal Sacerdote Giovanni Bosco con appendice sul sistema preventivo nella educazione della gioventù. San Pier d'Arena-Torino-Nizza Marittima, Tipografia e Libreria Salesiana 1877)


IL SOGNO DEI DIECI DIAMANTI
Ad ammaestramento della Pia Società Salesiana
Il 10 settembre anno corrente (1881), giorno che la Santa Chiesa consacra al glorioso nome di Maria, i Salesiani, raccolti in San Benigno Canavese, facevano gli Esercizi Spirituali. «Nella notte dal 10 all’11, mentre dormivo, la mente si trovò in una gran sala splendidamente ornata. Mi sembrava di passeggiare con i direttori delle nostre case, quando apparve tra noi un uomo di aspetto così maestoso, che non potevamo reggerne la vista. Datoci uno sguardo senza parlare, si pose a camminare a qual che passo da noi. Egli era così vestito: un ricco manto a guisa di mantello gli copriva la persona. La parte più vicina al collo era come una fascia che si rannodava davanti, e una fettuccia gli pendeva sul petto. Sulla fascia stava scritto a caratteri luminosi: LA PIA SOCIETÀ DI SAN FRANCESCO DI SALES NELL’ANNO 1881, e sulla striscia di essa fascia portava scritte queste parole: QUALE DEVE ESSERE.
Dieci diamanti di grossezza e splendore strao rdinari erano quelli che c’impedivano di fermare lo sguardo, se non con gran pena, su quell’augusto Personaggio. Tre di quei diamanti erano sul petto, ed era scritto sopra di uno FEDE, sull’altro SPERANZA e CARITÀ su quello che stava sul cuore. Il quarto diamante era sulla spalla destra e aveva scritto LAVORO, sopra il quinto nella spalla sinistra si leggeva TEMPERANZA. Gli altri cinque diamanti ornavano la parte posteriore del manto, ed erano così disposti: uno più grosso e più folgoreggiante stava in mezzo come al centro di un quadrilatero, e portava scritto OBBEDIENZA. Sul primo a de stra si leggeva VOTO DI POVERTA. Sul secondo, più in basso, PREMIO. Nella sinistra sul più elevato era scritto: VOTO DI CASTITA. Lo splendore di questo mandava una luce tutta speciale, e mirandolo traeva e attraeva lo sguardo come la calamita attrae il ferro. Sul secondo a sinistra, più in basso, stava scritto: DIGIUNO. Tutti questi quattro ripiegavano i loro raggi verso il diamante del centro. Questi brillanti tramandavano dei raggi che a guisa d i fiammelle si alzavano e portavano scritte qua e là varie sentenze.
Sulla Fede si elevavano le parole: “Imbracciate lo scudo della Fede per vincere le insidie del demonio”. Un altro raggio aveva: “La fede senza le opere è morta. N on chi ascolta, ma chi pratica la legge possederà il regno di Dio”. Sui raggi della Speranza: “Sperate nel Signore, non negli uomini. I vostri cuori siano sempre fissi dove sono le vere gioie”. Sui raggi della Carità: “Po rtate gli uni i pesi degli altri, se volete compiere la mia legge. Amate e sarete amati, ma amate le anime vostre e le anime altrui. Recitate devotamente il Divino Ufficio; celebrate la Santa Messa con attenzione; visitate con grande amore il Santo dei Santi”.
Sulla parola Lavoro: “Rimedio alla concupiscenza, arma potentissima contro tutte le tentazioni del demonio”. Sulla Temperanza: “Il fuoco si spegne se si toglie la legna. Fate un patto con i vostri occhi, con la gola e col sonno, affinché questi nemici non vi rubino le vostre anime. Intemperanza e castità non possono abitare insieme”.
Sui raggi dell’Obbedienza: “È il fondamento di tutto l’edificio e il compendio della santità”. Sui raggi della Povertà: “Il Regno dei Cieli è dei poveri. Le ricchezze sono spine. La povertà non si vive a parole, ma si pratica con l’amore e con i fatti. Essa aprirà le porte del Cielo e vi entrerà”. Sui raggi della Castità: “Tutte le virtù vengono insieme con essa. I mondi di cuore penetrano i segreti di Dio e vedono Dio stesso”.
Sui raggi del Premio: “Se vi lusinga la grandezza del premio, non vi spaventino le fatiche della conquista. Chi patisce con me, godrà con me. Sono momentanei patimenti di questa vita; è eterna la felicità che godranno i miei amici in Cielo”. Sui raggi del Digiuno: “È l’arma più potente contro le insidie del demonio. E il custode di tutte le virtù. Col digiuno si scaccia ogni genere di demoni”. Un largo nastro a color di rosa serviva di orlo nella parte inferiore del manto, e sopra questo nastro era scritto: “Questo sia l’argomento delle vostre esortazioni del mattino, del mezzogiorno e della sera. Raccogliete le briciole delle virtù e vi costruirete un grande edificio di santità. Guai a voi che disprezzate le cose piccole: a poco a poco cadrete”.
Fino allora i direttori erano chi in piedi, chi in ginocchio, ma tutti attoniti e nessuno parlava. A questo punto Don Rua, come fuori di sé, disse: — Bisogna prendere nota per non dimenticare. Cerca una penna e non la trova; cava fuori il po rtafoglio, fruga e non ha la matita. — Io mi ricorderò — disse Don Durando. — Io voglio notare — aggiunse Don Fagnano —, e si pose a scrivere con un gambo di rosa. Tutti miravano e comprendevano la scrittura. Quando Don Fagnano cessò di scrivere, Don Costamagna continuò a dettare così: — La carità capisce tutto, sopporta tu tto, vince tutto: pratichiamola con la parola e con i fatti. Mentre Don Fagnano scriveva, scomparve la luce, e tutti ci trovammo in folte tenebre. — Silenzio — disse Don Ghivarello — inginocchiamoci, preghiamo e la luce verrà. Don Lasagna cominciò il Veni Creator, poi il De profundis e Maria Auxilium Christianorum, a cui tutti rispondemmo. Quando fu detto Ora pro nobis, riapparve una luce che circondava un cartello su cui si leggeva: LA PIA SOCIETA SALESIANA QUA LE CORRE PERICOLO DI ESSERE NELL’ANNO 1900.
Un istante dopo la luce divenne più viva a segno che potevamo vederci e conoscerci a vicenda. In mezzo a quel bagliore apparve di nuovo il Personaggio di prima, ma con aspetto malinconico, simile a colui che comincia a piangere. Il suo manto era divenuto scolorato, tarlato e sdrucito. Nel sito dove stavano fissi i diamanti vi era invece un profondo guasto, cagionato dal tarlo e da altri piccoli insetti. — Guardate — egli ci disse — e intendete.
Ho veduto che i dieci diamanti erano diven uti altrettanti tarli che rabbiosi rodevano il manto.
Pertanto al diamante della Fede erano sottentrati: sonno e accidia. Alla Speranza: risate e scurrilità. Alla Carità: negligenza nel compi ere i divini Uffici. Amano e cercano i propri comodi e non gli interessi di Gesù Cristo. Alla Temperanza: golosi tà e piaceri sensuali. Al Lavoro: il sonno, il furto e l’ozio. Al posto dell’Ubbidienza non vi era altro che un guasto largo e profondo senza scritta. Alla Castità: concupiscenza e vita mondana. Alla Povertà era succeduto: dormire, vestire bene, mangiare e bere, denaro a disposizione. Al Premio: “Ci basta godere la vita presente”. Al Digiuno: Vi era un guasto, ma niente di scritto.
A quella vista fummo tutti spaventati. Don Lasagna cadde svenuto, Don Cagliero divenne pallido come una camicia e, appoggiandosi sopra una sedia, gridò: — Possibile che le cose siano già a questo punto? Don Lazzero e Don Guidazio stavano come fuori di sé e si porsero la mano per non cadere. Don Francesia, il Conte Cays, Don Barberis e Don Leveratto erano quivi ginocchioni pregando con in mano la corona del S. Rosario. In quel momento si fece intendere una voce cupa: — Come è svanito quello splendido colore!
Ma nell’oscurità successe un fenomeno singolare. In un istante ci trovammo avvolti in folte ten ebre, nel cui mezzo apparve tosto una luce vivissima, che aveva forma di corpo umano. Non potevamo tenerci sopra lo sguardo, ma potevamo scorgere che era un avvenente giovanetto, vestito di abito bianco lavorato con fili d’oro e d’argento. Tutto attorno all’abito vi era un orlo di luminosissimi diamanti. Con aspetto maestoso, ma dolce e amabile, si avanzò verso di noi, e ci indirizzò queste parole testuali: — Servi e strumenti di Dio onnipotente, ascoltate e intendete. Siate forti e robusti. Quanto avete veduto e udito è un avviso del Cielo, inviato ora a voi e ai vostri fratelli. Fate attenzione e intendete bene quello che vi si dice. I colpi previsti feriscono di meno e si possono prevenire. Le parole indicate siano tanti argomenti di predicazione. Predicate incessantemente a tempo e fuori tempo. Ma le cose che predicate fatele sempre, sicché le vostre opere siano come una luce che, sotto forma di sicura tradizione, s’irradii sui vostri fratelli e figli di generazione in generazione. Ascoltate bene e intendete. Siate oculati nell’accettare i novizi, forti nel coltivarli, prudenti nell’ammetterli. Provateli tutti, ma tenete sol tanto il buono. Mandate via i leggeri e volubili. Ascoltate bene e intendete. La meditazione del mattino e della sera sia sull’osservanza regolare. Se ciò farete, non vi verrà meno giammai l’aiuto dell’Onnipotente. Diverrete spettacolo al mondo e agli angeli e allora la vostra gloria sarà gloria di Dio. Chi vedrà la fine di questo secolo e il principio dell’altro dirà di voi: “Dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri”. Allora tutti i fratelli e figli vostri canteranno: “Non a noi, Signore, non a noi, ma a tuo nome dà gloria”. Queste ultime parole furono cantate, e alla voce di chi parlava si unì una moltitudine di altre voci così armoniose e sonore, che noi rimanemmo privi di sensi e, per non cadere svenuti, ci siamo uniti agli altri a cantare. Al momento che finì il canto, si oscurò la luce. Allora mi svegliai e mi accorsi che si faceva giorno».
Promemoria
«Questo sogno durò quasi l’intera notte, e sul mattino mi trovai stremato di forze. Tuttavia per timore di dimenticarmene, mi sono levato in fretta e ho preso alcuni appunti che mi servirono come di richiamo per ricordare quanto qui ho esposto nel giorno della Presentazione di Maria SS. al Tempio. Non mi fu possibile ricordare tutto. Tra le altre cose ho potuto con sicurezza rilevare che il Signore ci usa grande misericordia. La nostra Società è benedetta dal Cielo, ma Egli vuole che prestiamo l’opera nostra. I mali minacciati saranno prevenuti se noi predicheremo sopra le virtù e sopra i vizi ivi notati; se ciò che predichiamo lo tramanderemo ai nostri fratelli con una tradizione pratica di quanto si è fatto e faremo. Ho potuto anche rilevare ch e ci sono imminenti molte spine, mol te fatiche, cui terranno dietro molte consolazioni. Circa il 1890 gran timore, circa il 1895 gran trionfo. Maria, Auxilium Christianorum, ora pro nobis» .
Il biografo Don Cena commenta: «La portata del sogno non ha limiti di tempo. Don Bosco diede l’allarme per un momento speciale che doveva seguire alla sua morte; ma il “Quale deve essere la Congregazione” e il “Quale è in pericolo di essere” con tengono un ammonimento che non perderà mai nulla del suo va lore, sicché sarà sempre vera la dichiarazione fatta da Don Bosco ai Superiori: “I mali minacciati saranno prevenuti, se noi predicheremo sul le virtù e i vizi ivi notati”»

(Fonti: http://www.sdb.org)

sabato 27 gennaio 2018

Il Giorno della Memoria della Shoah in Italia

Sul finire della seconda guerra mondiale, il 27 Gennaio del 1945 dai soldati dell’esercito sovietico furono abbattuti i cancelli del campo di concentramento nazista di Auschwitz, ove migliaia di ebrei erano tenuti prigionieri e condotti ai forni crematori. La data della liberazione del campo situato in Polonia ai confini con la Germania è divenuta emblematica per la fine della persecuzione del popolo ebraico; e la sua celebrazione come Giorno della memoria delle atrocità subite dagli ebrei (il loro olocausto come venne immediatamente considerato nel consesso internazionale) ha assunto valori storico-educativi irrinunciabili contro la discriminazione e l’odio razziale e a favore della pace e della giustizia tra i popoli. Diverse nazioni avevano già spontaneamente istituito il 27 gennaio come giorno celebrativo della memoria, tra queste la Germania nel 1996, l’Italia nel 2000 e la Gran Bretagna nel 2001, quando il 1° Novembre del 2005 una risoluzione dell’ONU ha proclamato il 27 gennaio Giornata Internazionale della Commemorazione in memoria delle vittime dell'Olocausto ed il dovere di tutti gli Stati membri di educare le generazioni future con le lezioni dell’olocausto.


In particolare in Italia è stata approvata la Legge n. 211 del 20 Luglio 2000, composta da due articoli, nel cui testo si adotta il termine di Shoah (significato biblico: tempesta devastante), al posto del termine olocausto che evoca un significato di sacrificio inevitabile:

Art. 1.
1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonche' coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2.
1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto e' accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinche' simili eventi non possano mai piu' accadere. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara' inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
Il giorno della memoria di quest’anno 2018 ha avuto un momento celebrativo solenne e significativo il 25 Gennaio a Roma, al Palazzo del Quirinale alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il comunicato ufficiale ha così descritto l’evento:
La manifestazione, condotta dagli attori Remo Girone e Victoria Zinny, è stata aperta dalla proiezione di un filmato dal titolo "Dalle leggi razziali alla Shoah", realizzato da RaiStoria.
Nel corso della cerimonia la cantante Noa ha eseguito i brani musicali "Little Star" e "La vita è bella". Sono intervenuti la professoressa Anna Foa sul tema "Gli ebrei italiani e le leggi razziali", la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni e la Ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Valeria Fedeli.
La Senatrice a vita Liliana Segre e il signor Pietro Terracina hanno portato la loro testimonianza e risposto alle domande degli studenti.
I conduttori hanno letto alcuni brani tratti dal volume "Ebreo, tu non esisti!" di Paola Frandini.
La cerimonia si è conclusa con il discorso del Presidente della Repubblica.

La celebrazione è stata seguita con grande udienza di pubblico dalla Televisione nazionale, ed ho potuto ascoltare in diretta anche l’intero discorso del Presidente Mattarella. Il rispecchiamento nelle parole del Presidente della storia italiana, e dei sentimenti degli italiani, rispetto alle tematiche della Shoah, è stato forte e sincero, giusto e veritiero. Un grande insegnamento che invita tutte le generazioni ad amare l’Italia, la sua Repubblica “forte e radicata nella democrazia”, e “baluardo” insieme con la sua Costituzione che si oppone alla “ideologia nemica dell’uomo”.

Propongo alla lettura il testo del discorso del Presidente Mattarella pubblicato sul portale della Presidenza della Repubblica Italiana.

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla celebrazione del “Giorno della Memoria”. Palazzo del Quirinale 
25/01/2018
Rivolgo un saluto ai presidenti del Senato, della Camera dei Deputati e della Corte costituzionale, ai membri del governo, a tutti i presenti, a coloro che ci ascoltano attraverso la tv. Un saluto particolare ai superstiti dei campi di sterminio, alla senatrice Segre, ai ragazzi.
Il 27 gennaio del 1945 le truppe russe varcavano i cancelli di Auschwitz, spalancando, davanti al mondo attonito, le porte dell'abisso. Quei corpi ammassati, i volti dei pochi sopravvissuti dallo sguardo spento e atterrito, i resti delle baracche, delle camere a gas, dei forni crematori erano il simbolo estremo della scellerata ideologia nazista. Un virus letale - quello del razzismo omicida - era esploso al centro dell'Europa, contagiando nazioni e popoli fino a pochi anni prima emblema della civiltà, del progresso, dell'arte. Auschwitz era il frutto più emblematico di questa perversione. Ancora oggi ciò che ci interroga e sgomenta maggiormente, di un mare di violenza e di abominio, sono la metodicità ossessiva, l'odio razziale divenuto sistema, la macchina lugubre e solerte degli apparati di sterminio di massa, sostenuta da una complessa organizzazione che estendeva i suoi gangli nella società tedesca.
Il cammino dell'umanità è purtroppo costellato di stragi, uccisioni, genocidi. Tutte le vittime dell'odio sono uguali e meritano uguale rispetto. Ma la Shoah - per la sua micidiale combinazione di delirio razzista, volontà di sterminio, pianificazione burocratica, efficienza criminale - resta unica nella storia d'Europa. Come fu possibile che anziani, donne, bambini anche di pochi mesi, stremati dalle lunghe persecuzioni, potessero essere sistematicamente eliminati, perché considerati pericolosi nemici? Che fine aveva fatto tra gli ufficiali di un esercito prestigioso, dalle grandi tradizioni, il senso dell'onore, quello per cui, quanto meno, non si uccidono gli inermi? Dove era finito il sentimento più elementare di umanità e di pietà di una nazione, evoluta e sviluppata, di fronte alle moltitudini di innocenti avviati, con zelo e nella generale indifferenza, verso le camere a gas? Migliaia di cittadini, i "volenterosi carnefici di Hitler", come li ha definiti lo storico Goldhagen, cooperavano alla distruzione degli ebrei.
Con questo consenso il nazismo riuscì a sterminare milioni di ebrei, di oppositori politici e di altri gruppi sociali - gitani, omosessuali, testimoni di Geova, disabili - considerati inferiori e ritenuti un ostacolo per il progresso della nazione.
Saluto e ringrazio per la loro presenza il presidente della Federazione dei Rom e Sinti, il presidente dell'Associazione deportati politici. Saluto anche il presidente degli internati militari: 800 mila soldati che, per il rifiuto di collaborare con i nazisti e di arruolarsi sotto le insegne di Salò, patirono privazioni, persecuzioni e violenze.
Da Liliana Segre e Pietro Terracina abbiamo sentito poc'anzi il racconto diretto, sconvolgente e inestimabile, dell'inferno dei campi, avvertendo la stessa emozione provata, nei giorni scorsi, ascoltando le parole, anch'esse essenziali e penetranti, di Sami Modiano. Agli internati venivano negati il nome, gli affetti, la memoria e il futuro, il diritto a essere persone. Tutti i sentimenti erano brutalmente proibiti, tranne quello della paura. Si possono uccidere, a freddo, senza remore, sei milioni di individui inermi se si nega non soltanto la loro appartenenza al genere umano ma la loro stessa esistenza. Soltanto per effetto di questa insana distorsione essi possono essere trasformati - con un progressivo e violento processo di spoliazione - da
persone, titolari di diritti, in oggetti di freddi elenchi, in numeri, come quelli che i sopravvissuti ai campi di sterminio - che saluto tutti ancora – portano indelebilmente segnati sul proprio corpo.
Anche in Italia questo folle e scellerato processo di riduzione delle persone in oggetti fu attuato con consapevolezza e determinazione. Sul territorio nazionale, è vero, il regime fascista non fece costruire camere a gas e forni crematori. Ma, dopo l'8 settembre, il governo di Salò collaborò attivamente alla cattura degli ebrei che si trovavano in Italia e alla loro deportazione verso l'annientamento fisico. Le misure persecutorie messe in atto con le leggi razziali del 1938, la schedatura e la concentrazione nei campi di lavoro favorirono enormemente l'ignobile lavoro dei carnefici delle SS.
Le leggi razziali - che, oggi, molti studiosi preferiscono chiamare "leggi razziste"- rappresentano un capitolo buio, una macchia indelebile, una pagina infamante della nostra storia. Ideate e scritte di pugno da Mussolini, trovarono a tutti i livelli delle istituzioni, della politica, della cultura e della società italiana connivenze, complicità, turpi convenienze, indifferenza. Quella stessa indifferenza, come ha sovente sottolineato la senatrice Segre, che rappresenta l'atteggiamento più insidioso e gravido di pericoli. Con la normativa sulla razza si rivela al massimo grado il carattere disumano del regime fascista e si manifesta il distacco definitivo della monarchia dai valori del Risorgimento e dello Statuto liberale.
Una donna forte e coraggiosa, Ernesta Bittanti, vedova dell'eroe trentino Cesare Battisti, commentava così nel suo diario quei giorni cupi e di dolore: «Io porto tutto il peso di queste sventure nel mio cuore (...) peso che mi viene dal ruinare di questa nostra povera Italia nell'abisso della barbarie spirituale. Da cui certo si riavrà un giorno!».
Lo Stato italiano del ventennio espelleva dal consesso civile una parte dei suoi cittadini, venendo meno al suo compito fondamentale, quello di rappresentare e difendere tutti gli italiani. Dopo aver soppresso i partiti, ridotto al silenzio gli oppositori e sottomesso la stampa, svuotato ogni ordinamento dagli elementi di democrazia, il Fascismo mostrava ulteriormente il suo volto: alla conquista del cosiddetto impero accompagna l'introduzione di norme di discriminazione e persecuzione razziale, che si manifesta già nell'aprile del 1937, con il regio decreto legge volto a punire i rapporti tra cittadini italiani e quelli definiti sudditi dell'Africa orientale italiana, per evitare che venisse inquinata la razza. Alla metà del 1938, con le leggi antiebraiche, rivolgeva il suo odio cieco contro una minoranza di italiani, attivi nella cultura, nell'arte, nelle professioni, nell'economia, nella vita sociale. Molti, venti anni prima, avevano servito con onore la Patria - come ufficiali, come soldati - nella grande guerra. Ma la persecuzione, da sola, non fu ritenuta sufficiente. Occorreva tentare di darle una base giuridica, una giustificazione ideologica, delle argomentazioni pseudo-scientifiche. Vennero cercati - e, purtroppo, si trovarono – intellettuali, antropologi, medici, giuristi e storici compiacenti. Nacque Il Manifesto della Razza. Letto oggi potrebbe far persino sorridere, per la mole di stoltezze, banalità e falsità contenute, se sorridere si potesse su una tragedia così immane. Eppure questo Manifesto, dalle basi così vacue e fallaci, costituì una pietra miliare della giurisprudenza del regime; e un nuovo "dogma" per moltissimi italiani, già assoggettati alla granitica logica del credere, obbedire, combattere. La penna propagandistica, efficace nel suo cinismo, coniò lo slogan con il quale intendeva rassicurare gli italiani e il mondo, nel tentativo di prendere, apparentemente, le distanze dall'antisemitismo nazista: "Discriminare – disse Mussolini - non significa perseguitare". Ma cacciare i bambini dalle scuole, espellere gli ebrei dall'amministrazionestatale, proibire loro il lavoro intellettuale, confiscare i beni e le attività commerciali, cancellare i nomi ebraici dai libri, dalle targhe e persino dagli elenchi del telefono e dai necrologi sui giornali costituiva una persecuzione della peggiore specie. Gli ebrei in Italia erano, di fatto, condannati alla segregazione, all'isolamento, all'oblio civile. In molti casi, tutto questo rappresentò la premessa dell'eliminazione fisica.
Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il Fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l'entrata in guerra. Si tratta di un'affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza. Volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica,
sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale, intervento in guerra contro uno schieramento che sembrava prossimo alla sconfitta, furono diverse facce dello stesso prisma.
Abbiamo, in questo giorno della Memoria, ascoltato testimonianze coinvolgenti dei sopravvissuti. Nelle loro parole si avverte la forza e il fascino della loro vita ritrovata, della loro volontà di vivere con pienezza ma, al contempo, ci si rende conto dell'immenso patrimonio di presenze e di protagonismi che ci avrebbe assicurato la vita di coloro che sono stati trucidati nei lager e che quella programmata violenza omicida ci ha sottratto. Dalla professoressa Foa, dalla presidente Di Segni, dalla ministra Fedeli abbiamo sentito discorsi netti e lungimiranti: le ringrazio molto. Abbiamo rivissuto, attraverso le voci incisive di Remo Girone e Victoria Zinny, momenti drammatici della nostra storia di allora. Siamo stati affascinati dalle canzoni, commoventi e piene di speranza di Noa, messaggera di pace e di bellezza. Grande amica dell'Italia, venuta appositamente da Israele per condividere con noi il Giorno della Memoria e renderlo ancora più ricco di intensità. La ringrazio di cuore, con stima e amicizia. Abbiamo incontrato anche i giovani appena tornati dall'esperienza, sconvolgente ma formativa, del viaggio ad Auschwitz. A loro viene affidato il compito di custodire e tramandare la Memoria, perché non si attenui e non si smarrisca mai, per non rischiare di provocare nuovi lutti e nuove tragedie. Focolai di odio, di intolleranza, di razzismo, di antisemitismo sono infatti presenti nelle nostre società e in tante parti del mondo. Non vanno accreditati di un peso maggiore di quel che hanno: il nostro Paese, e l'Unione Europea, hanno gli anticorpi necessari per combatterli; ma sarebbe un errore capitale minimizzarne la pericolosità. I cambiamenti rapidi e sconvolgenti che la globalizzazione comporta - le grandi migrazioni, i timori per lo smarrimento della propria identità, la paura di un futuro dai contorni incerti - possono far riemergere dalle tenebre del passato fantasmi, sentimenti, parole d'ordine, tentazioni semplificatrici, scorciatoie
pericolose e nocive. La predicazione dell'odio viene amplificata e propagata dai nuovi mezzi di
comunicazione. La tecnologia e la scienza offrono grandi opportunità ma, come sempre, se non correttamente utilizzate, possono rendere disponibili strumenti sofisticati nelle mani di vecchi e nuovi profeti di morte. Contro queste minacce, contro il terrorismo, contro il razzismo e la violenza dell'intolleranza serve cooperazione internazionale, servono coraggio e determinazione. E' necessario, soprattutto, consolidare quegli ideali di democrazia, libertà, tolleranza, pace, eguaglianza, serena convivenza, sui quali abbiamo riedificato l'Europa dalle macerie della seconda guerra mondiale. Le leggi razziali in Italia erano entrate in vigore nell'autunno del 1938. Il 1 gennaio del 1948, dopo neppure dieci anni, la Costituzione Italiana sanciva solennemente che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".
Di mezzo, vi era stata la cesura della guerra. Una guerra terribile, che aveva sparso morte e devastazione su larga parte del mondo. E che aveva aperto gli occhi del mondo sulla follia portatrice di morte del nazismo e del fascismo. La Memoria, custodita e tramandata, è un antidoto indispensabile contro i fantasmi del passato. La Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza, si è definita e sviluppata in totale contrapposizione al fascismo. La nostra Costituzione ne rappresenta, per i valori che proclama e per gli ordinamenti che disegna, l'antitesi più netta. L'indicazione delle discriminazioni da rifiutare e respingere, al suo articolo 3, rappresenta un monito. Il presente ci indica che di questo monito vi era e vi è tuttora bisogno. Egualmente credo che tutti gli italiani abbiano il dovere, oggi, di riconoscere che
un crimine turpe e inaccettabile è stato commesso, con l'approvazione delle leggi razziali, nei confronti dei nostri concittadini ebrei.
La Repubblica italiana, proprio perché forte e radicata nella democrazia, non ha timore di fare i conti con la storia d'Italia, non dimenticando né nascondendo quanto di terribile e di inumano è stato commesso nel nostro Paese, con la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati, cittadini, asserviti a una ideologia nemica dell'uomo. La Repubblica e la sua Costituzione sono il baluardo perché tutto questo non possa mai più avvenire.
Vi ringrazio.  

Testo del discorso sul portale della Presidenza della Repubblica