lunedì 13 febbraio 2017

Storiografia delle origini di Frattamaggiore

A modo di recensione del libro di Francesco Montanaro scritto per delineare la storia del suo paese dal III sec. a.C. al XV sec. d.C. (Fracta Major – miti storie documenti – Parte I) e presentato al pubblico il 2 Febbraio 2017. Libro che ho letto con interesse storiografico e recepito come un vero “contributo, in termini di conoscenza e di recupero di memoria”, offerto “alla comunità frattese”.
Esso si presenta come “la prima parte” di un lavoro globale di ricerca storica comunale, cioè “di un'opera complessa di recupero, che sarà completata nel prossimo futuro”. E' articolato in dieci capitoli tematici che ripercorrono la storia del territorio frattese dal III sec. a.C. al XV sec. d.C., analizzandone i tratti fondamentali secondo la periodizzazione classica: nell'epoca romana antica quelli connessi con la vicenda della città di Atella (fino al V secolo d. C.), nell'epoca alto-medievale quelli relativi al sorgere dell'insediamento di Fracta nella Liburia contesa da Longobardi e Bizantini Napoletani (dal VI al X secolo d.C.), nell'epoca medievale quelli relativi alle condizioni di Fracta durante le dominazioni normanna, angioina e aragonese (dal XI al XV secolo d.C.).
I Miti, le Storie, i Documenti, sono evidenziati come ambiti e riferimenti metodologici del percorso di ricerca. Trai i Miti Montanaro indica “il mito misenate dell'origine” legato alla fondazione di Fratta ad opera dei profughi di Miseno, ed il mito della legenda agiografica di San Sossio diacono di Miseno e patrono di Fratta. Le Storie sono quelle dipanate dalle vicende civili ed ecclesiastiche che hanno caratterizzato lo sviluppo di Fratta nei contesti particolari delle dominazioni e nel susseguirsi dei periodi storici. I Documenti sono quelli costituiti dalle fonti compulsate tradizionalmente dalla storiografia locale, quelli utilizzati per aprire nuove piste di ricerca, e quelli inediti per la storia locale frattese che Montanaro riprende dalle trascrizioni manoscritte da Florindo Ferro.

Si tratta di un discorso aperto nello spirito della mission storiografica locale ispirata da Sosio Capasso e che caratterizza l'impegno culturale e la ricerca storica dell'Istituto di Studi Atellani e del suo periodico Rassegna Storica dei Comuni. Un discorso originale ed eccellente quello di Montanaro che si è confrontato utilmente anche con i contributi di altri autori che operano nello stesso spirito e contesto operativo, tra questi Marco Dulvi Corcione, Franco Pezzella, Giacinto Libertini e Bruno D'Errico, i quali hanno anche relazionato alla presentazione di Fracta Major la sera del 2 Febbraio 2017.
Per il periodo alto-medievale il discorso di Montanaro ha fatto riferimenti e confronti anche con alcune piste storiografiche sull'origine di Fracta da me proposte con l'utilizzo delle fonti tradizionali rilette ed arricchite con altre recuperate nei codici monastici dell'area campana.
Ho sviluppato queste piste in Ecclesia Sancti Sossii – Storia Arte Documenti pubblicata nel 2001, in Fratta Benedettina – Codice Diplomatico delle Fratte in Campania pubblicata nel 2008, e in Fratta Città Antica pubblicata ne 2010.
Ripresento in sintesi il ragionamento svolto intorno all'importanza del culto di San Sossio e sull'indicazione della pista monastica benedettina.

Il culto di San Sossio
L'ipotesi delle origini misenate di Fratta, fondata dopo l'abbandono di Miseno circa la metà del IX secolo, insieme con quella dell'importanza dell'originario culto sansossiano, è sempre stata molto cara alla storiografia locale. Infatti quasi tutti gli storici della città, a partire dal canonico Antonio Giordano che scrisse la storia frattese nel 1834, hanno accolto l'invito metodologico del vescovo Lupoli ed hanno voluto sostenere questa ipotesi con documentate e sentite espressioni.
Su questo piano si è mossa tutta la ricerca storica paesana, ed i vari autori hanno poi prodotto una notevole mole di pubblicazioni che configurano, nel loro insieme, una dignitosissima e colta letteratura di storiografia locale che trova pochi riscontri in altre realtà comunali e culturali consimili, sia ai livelli regionali che a quelli nazionali ed internazionali.
La ricerca, pure su temi ulteriori, ha interessato il campo dell'Archivistica, dell'Agiografia, della Storia Civile ed Ecclesiastica, dell'Arte, della Letteratura, delle Tradizioni Popolari, della Economia e della Sociologia.
Una semplice scorsa delle opere presenti nella Sezione di Storia Locale della Biblioteca Comunale può dare il senso del valore e dell'importanza delle molte decine di monografie e di opere fondamentali scritte dai molti autori. Tra le tante basti ricordare quelle di Sosio Capasso, il quale della storia locale in epoca contemporanea è riuscito a fare un vero e coinvolgente culto, e del lavoro di ricerca storica frattese una vera scuola con risvolti accademici che al gusto dello studio ha congiunto la formazione scientifica e la divulgazione della più specifica rivista italiana di Storia Locale: la Rassegna Storica dei Comuni, ricca di varie collane e di contributi eccellenti.
Sullo stesso piano si pongono anche le svariate iniziative civili, formative, scolastiche e culturali, che tendono a valorizzare e a celebrare l'antico retaggio originario frattese.
L'impressione che l'ipotesi delle origini misenati di Fratta fosse eccessivamente esclusiva, e che impedisse altre letture circa i fatti originari frattesi, si era però in qualche modo esplicitata con Bartolommeo Capasso, storico ed archivista napoletano insigne della fine del secolo scorso, nato da genitori frattesi. Questi nel 1896, in un suo commento introduttivo alla Cronica cinquecentesca di Hieronimo De Spenis prete frattese, scrivendo di Frattamaggiore ritenne di doverne, sulla base dei documenti riguardanti la Liburia medievale, spiegare in maniera diversa le origini.
Egli inquadrò le origini del locus di Fratta nelle dinamiche dello sviluppo agricolo del territorio atellano, ove i vantaggiosi contratti agrari richiamavano, indipendentemente dalla spinta delle incursioni saracene, molti coloni disposti ad insediarsi sui terreni da recuperare alla coltura e da migliorare con le piantagioni. Secondo Bartolommeo Capasso, Fratta sarebbe, quindi, sorta verso il IX secolo, umilmente e gradualmente, come borgo contadino al pari di tanti altri "sotto la protezione di ricchi possessori di beni feudali".
L'opinione di Bartolommeo Capasso era quella di uno storico di grande e riconosciuta levatura, e ciò bastò ad inserire nel dibattito storiografico locale elementi di novità interpretativa circa le origini della città.
Convinto assertore della ipotesi misenate fortemente sostenuta nel discorso storico-agiografico ufficiale della fine del secolo scorso e dell'inizio di questo secolo, come quello di Carmelo Pezzullo, di Florindo Ferro e di Raffaele Reccia, lo stesso Sosio Capasso, principale storico frattese contemporaneo, fu sensibile agli stimoli del Bartolommeo. Egli, infatti, già nella sua storia di Frattamaggiore del 1944 inserì nel discorso storico circa le origini cittadine alcuni elementi riconducenti al tema di un preesistente insediamento frattese intorno ad un castello antemurale di Atella.
Il tema di una Fratta preesitente alla colonizzazione dei Misenati è stato poi ripreso come ipotesi di ricerca da vari altri autori di storia locale.
Tra questi Giuseppe e Pasquale Saviano che hanno considerato i dati dello sviluppo agricolo nella Liburia medievale; l'autore di questo lavoro che, in una serie di articoli per il giornale locale 'Il Paese', ha indicato l'importanza del repertorio archeologico scoperto nel sito frattese e della documentazione circa la colonizzazione monastica del territorio; Pasquale Pezzullo che per la Rassegna Storica dei Comuni ha scritto articoli e monografie impegnati a sviluppare una interessante indagine sul remoto passato di Frattamaggiore; e Francesco Montanaro che ha interpretato in chiave antropologica l’ipotesi misenate della fondazione di Fratta come mito d’origine della città affermatosi e consolidatosi a partire dalla storiografia locale del XVIII secolo.
Finora però non e stata ancora bene delineato un quadro completo e chiaro della natura e della cronologia di questa preesistenza.
Credo comunque che, sulla base dei dati emersi dalla ricerca circa i riferimenti rinvenibili ed utili per inverare il valore storico, culturale ed euristico del titolo di Città Benedettina, si possa affermare la possibilità di nuove piste storiografiche complementari per la determinazione dell'identità originaria e storica di Frattamaggiore.
Una di queste è ancora la pista del culto a san Sossio, percorsa però in una direzione nuova per la storia locale, quella monastica benedettina, e cercando di verificare ipotesi nuove della sua presenza nella Fratta antica.

Nell'Introduzione di Fracta Major Francesco Montanaro considera l'importanza per la ricostruzione della storia frattese che ha, “assieme a documenti già noti dell'antica Frattamaggiore, una parte del materiale inedito trascritto alla fine del XIX secolo dal grande storico frattese Florindo Ferro, il quale ricopiò integralmente centinaia di documenti dalle fonti originali conservate nell'Archivio di Stato, nell'Archivio Notarile frattese, nell'Archivio Comunale di Frattamaggiore e nell'Archivio Diocesano di Aversa; alcuni di questi documenti nel corso degli ultimi 130 anni sono andati perduti o distrutti, per cui è molto interessante la loro riscoperta e pubblicazione oggi. Il recupero delle trascrizioni di Ferro, che un secolo fa purtroppo non ebbe il tempo di sistemare tutto il materiale raccolto, è un opera che ci sta oramai impegnando da circa 10 anni: anche se il solerte medico e storico frattese non trovò documenti per dipanare le ombre che nascondono l'origine del casale di Frattamaggiore, riuscì a scoprirne e ricopiarne alcuni, tuttora non conosciuti, riguardanti vicende dei secoli in cui si definirono la sua struttura urbanistica e sociale”.

Si tratta sicuramente di una consegna importantissima per la storiografia locale quella del recupero e della sistemazione delle trascrizioni del Ferro.
Egli era il geniale Bibliofilo del Riscatto, giornale della Fratta liberale dell'inizio del secolo, ed al vaglio della sua ricerca storica e della sua pazienza certosina passarono tutti i documenti privati e pubblici della storia locale. Ogni evento paesano, benché minimo, riceveva dal Ferro la sua corretta collocazione nel quadro generale della storia del paese e la sua celebrazione nella tradizione locale. Florindo Ferro recuperò, tra l'altra, quella documentazione che riportava ai tempi degli antichi congressi della Università di Frattamaggiore, che si tenevano nelle sedi delle Congreghe, secondo un costume antico, dopo il suono della campana, in una ritualità che assegnava al tempo che scorre una preziosità liturgica ed una sacra rappresentazione.
Ho avuto anche io occasione negli anni '80 di vedere e di annotare direttamente molte di quelle trascrizioni, durante alcune visite alla famiglia Ferro fatte in compagnia del sacerdote don Pasqualino Costanzo che pure le conosceva e le utilizzava per alcuni approfondimenti del suo Itinerario Frattese del 1972. Erano state anche sistematicamente riutilizzate da Pasquale Ferro, figlio di Florindo Ferro, per la compilazione della sua Frattamaggiore Sacra del 1974. Molte di quelle trascrizioni fotocopiate furono utilizzate come materiale manoscritto integrativo utile alla realizzazione della Mostra Storia Locale e Documentazione da me curata in collaborazione con la cooperativa di ricerca Studio S e che si tenne nel settembre del 1987 nella piazza del Comune. Quella Mostra, patrocinata dal Comune di Frattamaggiore, divenne poi permanente ed utilizzata per fini didattici nei locali della Scuola Media Bartolommeo Capasso a cura del preside Francesco Capasso.
Accanto alle trascrizioni manoscritte originali, allora depositate nei locali della Famiglia Ferro, si
collocavano anche le raccolte dei manoscritti e delle minute che già Florindo Ferro aveva preparato per stampare alcune delle sue opere pubblicate sulla storia locale, e che forse voleva utilizzare anche per la realizzazione di una opera omnia su Frattamaggiore. Scrisse anche per storie locali di altri comuni diocesani. Tra le opere pubblicate per la storia locale frattese si annotano:
F. Ferro, Memorie storiche della chiesa parrocchiale di Frattamaggiore, Aversa 1894
F. Ferro, Storia di Frattamaggiore a volo d'uccello; in: n.u. 'Frattamaggiore' 1903.
F. Ferro, Prima ricorrenza centenaria della traslazione dei corpi dei santi Sosio e Severino,
             Aversa 1907.
F. Ferro, Notizie sul culto di S.Rocco in Frattamaggiore, Aversa 1910.
F. Ferro, Il culto di San Rocco, Frattamaggiore 1921

F. Ferro, Della Chiesa della SS.Annunziata e di S.Antonio di Frattamaggiore, Napoli1922



venerdì 10 febbraio 2017

Dedicata a don Francesco Caserta


Una camminata in compagnia di un prete
per il paese ove tutti si riconoscono
dalla medievale ecclesia al vicolo nativo.
Momenti di confidenziali e liberi discorsi
nelle mattine domenicali tra la salutata gente.
Racconti di storie condivise e di sacri futuri,
la mia camminata con don Ciccio verso casa.







Su portale della Diocesi di Aversa si può un breve profilo a firma di Angelo Crispino:    Vedi >>>>>

giovedì 9 febbraio 2017

Frattamaggiore Città d'Arte e Città Benedettina

E’ il titolo istituzionalmente riconosciuto alla Città di Frattamaggiore, ed è anche il titolo del libro pubblicato in self-publishing nel 2009 per costituire una “guida storica ed artistica” utile a promuovere la conoscenza e la fruizione progettuale dei beni culturali della città. Sul portale del ilmiolibro.it è possibile la lettura in anteprima e l’acquisto della pubblicazione. Propongo la lettura della presentazione posta nella quarta di copertrina e della prefazione di Angelo Della Corte, Presidente della Pro Loco ‘Francesco Durante’ di Frattamaggiore.

Presentazione - La conoscenza della storia della città è un valore indiscutibile e necessario che serve a mantenere viva nel tempo l'identità della comunità antica e a rafforzare le radici, le tradizioni e i riferimenti celebrativi della comunità moderna.
I due titoli attribuiti a Frattamaggiore - Città Benedettina (1997) e Città d'Arte (2009) - il primo dall'Ordine Monastico di San Benedetto ed il secondo dalla provincia di Napoli, rappresentano un coronamento della storia comunale che è sempre stata ricca di significati religiosi e civili. Questi due titoli sono stati il frutto sia della cultura cittadina formatasi sulla consapevolezza del valore del patrimonio locale, e sia del riconoscimento di questo valore da parte degli Enti proponenti.
Frattamaggiore propone interessanti richiami che attengono il pellegrinaggio ed il turismo internazionale: la sua Basilica Pontificia custodisce i corpi di San Sossio e di San Severino ed è meta religiosa delle comunità italiane ed estere devote al martire del paleocristianesimo campano e al monaco evangelizzatore dell'Austria e delle nazioni del Danubio.
La fioritura locale degli studi agiografici ha favorito l'approfondimento della conoscenza dei due santi ed ha consentito il riconoscimento dell'importanza del loro culto nel quadro della cultura cristiana e monastica europea e mediterranea.
Questo libro si propone come una guida nuova storica ed artistica della città, e raccoglie ricerche studi e comunicazioni tra quelli che hanno maggiormente caratterizzato l'informazione e i contenuti del dibattito intorno al patrimonio frattese. Essi hanno fatto da riferimento conoscitivo per la storia locale ed hanno costituito un sapere utile per la consapevolezza dei cittadini e per l'attribuzione istituzionale dei due titoli, contribuendo alla conoscenza della identità culturale del paese e ad allargare gli orizzonti futuri della sua storia.

Prefazione - E' sempre buon segno la nascita di una nuova pubblicazione letteraria poiché denota la vivacità e la ricchezza culturale della nostra città.
La proclamazione di Frattamaggiore a città benedettina e città d'arte è stato il coronamento di un lavoro e di una passione che ha visto uniti cittadini frattesi che rappresentavano sia il mondo istituzionale, sia quello religioso ed associativo. Lo scriverne è sempre un motivo di vanto e di orgoglio per la "nostra città" e per ogni cittadino frattese e tutti noi ci dobbiamo sentire impegnati a dare il massimo contributo personale affinché Frattamaggiore conservi e rinnovi per le nuove generazioni la voglia di cultura, di arte e del "sapere" che la hanno resa grande nei secoli passati.
Come presidente della pro loco cittadina rivendico con orgoglio insieme ai soci, di essere stato tra i promotori delle numerose iniziative che hanno portato al raggiungimento dell'ambito traguardo della proclamazione di Frattamaggiore città benedettina e città d'arte.
Un ringraziamento da parte nostra e credo di tutti i cittadini frattesi và ai sindaci Pasquale Di Gennaro, Vincenzo Del Prete e Francesco Russo, ed al sempre operoso parroco di San Sossio, don Sossio Rossi, i quali con passione, impegno, e caparbietà hanno consentito la riuscita delle
proclamazioni.
Ai cittadini frattesi consigliamo vivamente la lettura dell'opera per avere una approfondita ed esaustiva conoscenza delle ragioni storiche, culturali e religiose che hanno fatto sì che Frattamaggiore si fregi dei titoli di città benedettina e città d'arte.


domenica 5 febbraio 2017

Il sacro significato del lavoro e dell’attività umana

Rileggendo qualche capitolo della tesi di laurea in Sociologia del Lavoro, a distanza di un quarantennio dalla sua discussione accademica, ho rivissuto con un certo compiacimento i ragionamenti fatti per delineare il quadro teorico dei concetti utilizzati per la trattazione dell’argomento: una disamina sociologica delle problematiche scientifiche ed ideologiche legate al lavoro dell’uomo nella società contemporanea e una ricerca sul suo senso storico.


In questo pomeriggio domenicale mi sono quindi inoltrato ancora un poco, con qualche lettura di approfondimento di carattere teologico, sul percorso iniziato con quella giovanile ricerca, ed ho rinvenuto così il brano sull’attività umana leggibile ai numeri 35-36 della Gaudium et spes, la Costituzione pastorale del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il dono ecclesiale di un orizzonte di sacro significato del lavoro e dell’attività umana. 


Da Gs 35-36

L’attività umana, come deriva dall’uomo, così è ordinata all’uomo. L’uomo, infatti, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma anche perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. L’uomo vale più per quello che è che per quello che ha.
Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono fornire, per così dire, la materia alla promozione umana, ma da soli non valgono in nessun modo ad effettuarla.

Ecco dunque qual è la norma dell’attività umana. Secondo il disegno di Dio e la sua volontà l’attività dell’uomo deve corrispondere al vero bene dell’umanità, e permettere agli individui, sia in quanto singoli che quali membri della collettività, di coltivare e di attuare la loro integrale vocazione.
Molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l’autonomia degli uomini, delle società, delle scienze. Ora se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma anche è conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricavano la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte. Perciò se la ricerca metodica di ogni disciplina procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza che egli se ne avveda, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono. A questo punto, ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancano nemmeno tra i cristiani. Alcuni per non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, suscitano contese e controversie e pervertono molti spiriti a tal punto da farli ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro.
Se però con l’espressione «autonomia delle realtà temporali» si intende che le cose create non dipendono da Dio, che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora tutti quelli che credono in Dio avvertono quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce.

La Gaudium et spes sul portale del Vaticano

mercoledì 25 gennaio 2017

Fratta città antica

E’ il titolo di un libro-ricerca di storia locale completato nel 2004 e pubblicato nel 2010 in self-publishing. Si avvale della lettura in anteprima fatta da Sosio Capasso che volle realizzarne la prefazione di pugno per accoglierlo nella collana ‘Paesi e luoghi nel tempo’ dell’Istituto di Studi Atellani e per segnalarlo agli Amministratori del Comune di Frattamaggiore con il fine di ottenere un patrocinio favorevole per la pubblicazione. E’ stato pubblicato e reso accessibile in rete per una serie di difficoltà legate alla tradizionali soluzioni tipografiche locali.
La conoscenza ed il messaggio affidati al libro sono sintetizzati nella Presentazione e nei contenuti introduttivi della Prefazione di Sosio Capasso e della Introduzione dell’autore.
Sono direttamente leggibili sul portale di ilmiolibro.it; li pubblico su Doctrina et Humanitas per contribuire al dibattito e all’opera che caratterizzano da qualche secolo la storiografia locale frattese e continuamente la amplificano e la rinnovano.

PRESENTAZIONE - Bartolommeo Capasso, archivista insigne dell'800, inquadra le origini del locus di Fratta nelle dinamiche dello sviluppo agricolo del territorio dell'antica città di Atella, la cosiddetta Liburia (Terra di Lavoro), ove nel IX secolo i vantaggiosi contratti agrari richiamano molti coloni disposti a lasciare i luoghi costieri minacciati dai saraceni e ad insediarsi sui terreni dell'entroterra. Attraverso la lettura delle cronache e dei codici monastici medievali della Campania si può anche dimostrare che l'origine etimologica del termine Fratta è un prodotto proprio dell'humus culturale benedettino ed è riferito ad un tipo di territorio da disboscare e da recuperare al contado, su cui si esercita la giurisdizione dei monaci dopo averlo acquisito come donativo signorile. Fracta è un toponimo diffuso anche in altre parti d'Italia e, come si evince dagli studi di Emilio Sereni, in quasi tutti i casi esso è individuabile come luogo di sviluppo rurale ed insediativo, inserito nell'orbita di città cospicue ed episcopali e ove si esercitano la contrattazione agraria della mezzadria e la gestione della Terra Sancti Benedicti. Tali sono i tratti originari della moderna comunità urbana che viene narrata in questo libro: una città piccola ma millenaria, di dimensione europea per la meta religiosa e culturale che essa rappresenta con il suo santuario dedicato al martire Sossio e al monaco Severino evangelizzatore dei popoli barbarici europei, la quale si confronta con la sua storia, con il suo linguaggio, con i suoi culti e con i suoi progetti. La ricerca storica su Fratta ha interessato il campo dell'Archivistica, dell'Agiografia, della Storia Civile ed Ecclesiastica, dell'Arte, della Letteratura, delle Tradizioni Popolari, della Toponomastica, dell'Economia, della Sociologia e dell'Urbanistica.

PREFAZIONE - Quando nel 2004 fu approntato per la pubblicazione questo libro fu letto in anteprima da Sosio Capasso, fondatore della Rassegna Storica dei Comuni e dell’Istituto di Studi Atellani. Volle scrivere di suo pugno una presentazione agli Amministratori comunali dell’epoca per ottenere un patrocinio. La lettera, che rimane tra le sue ultime testimonianze scritte a favore della conoscenza della Storia Locale, viene utilizzata come prefazione del libro.

INTRODUZIONE - La conoscenza della storia della città è un valore indiscutibile e necessario che serve a mantenere viva nel tempo l'identità della comunità antica e a rafforzare le radici, le tradizioni e i riferimenti celebrativi della comunità moderna.
Questa conoscenza è ancora più necessaria nell'impatto con le trasformazioni urbane e nei processi di transizione sociale, quando i caratteri della comunità moderna e le espressioni urbanistiche della città tendono a configurare situazioni comportamentali ed ambientali diverse e disgreganti rispetto all'antico humus etico e storico-culturale.
Questo potrebbe essere il caso di Frattamaggiore, qualora non si coltivasse la conoscenza della storia della città e, in concomitanza, si verificassero l'ignoranza, l'abbandono e la negazione dei valori della comunità locale antica; dei valori, cioè, tramandati attraverso le forme lapidarie, i codici e i segni assunti nel tempo dalla vita civile, religiosa e popolare.
Per fortuna la tradizione storiografica frattese ha sempre tenuto e tiene buoni maestri, e ciò lo si può affermare in questa sede senza la necessità di esplicite citazioni per altro facilmente recuperabili dall'ampia bibliografia locale. Essa ha sempre offerto al dibattito extra ed intra-cittadino spunti di riflessione ed opportunità di partecipazione e di interventi di recupero e di politica culturale; attraverso Istituti ed iniziative significative e variegate agganciate alle manifestazioni più alte degli studi accademici e alla valorizzazione istituzionale.
Questo lavoro coglie l'esempio di tale storiografia, e propone una riflessione operativa circa le problematiche del recupero urbanistico e circa le tematiche del centro storico della città; a partire appunto dall'importanza che la conoscenza e la ricerca assumono nella disposizione di un repertorio primario, descrittivo toponomastico ed espressivo, utile alla progettualità comunale e all'identificazione della persistente immagine della città antica di Fratta.



venerdì 13 gennaio 2017

Carità e Apostolato: l’esperienza di Dio del Venerabile p. Sosio Del Prete

“… perchè, dopo il Tabernacolo, la casa del povero è più vicino al cielo.”

E’ l’indicazione dei luoghi della carità e dell’apostolato descritta da padre Sosio Del Prete nella sua personale narrazione affidata ad un manoscritto autobiografico in parte pubblicato nel libro “Il cielo in terra”, stampato in due edizioni (2001 e 2008) in memoria del frate francescano fondatore delle Piccole Ancelle di Cristo Re e per perorarne la causa di beatificazione.
Padre Sosio Del Prete (1885-1952) è stato dichiarato Venerabile il 26 aprile 2016 da Papa Francesco, e dopo le celebrazioni che hanno coinvolto la Diocesi di Napoli e le Piccole Ancelle anche Frattamaggiore, città ove egli nacque e visse la sua vocazione giovanile, il 14 gennaio 2017 ha l’occasione di partecipare solennemente alla lettura del Decreto di Venerabilità che viene fatta dopo la Santa Messa vespertina presieduta da Mons. Angelo Spinillo Vescovo di Aversa.
Varie pubblicazioni, articoli libri monografie ed un portale ufficiale in rete, hanno ampiamente trattato l’opera e la vita del Venerabile padre Sosio, mettendone in risalto gli aspetti legati alla spiritualità francescana, alla vocazione giovanile nel luogo natio, agli orientamenti artistici e musicali, alla consacrazione sacerdotale e alla sua opera di fondatore delle Piccole Ancelle di Cristo Re insieme con la Serva di Dio Antonietta Giugliano (1909-1960).
Il lavorio interiore di Sosio Del Prete, legato alla vocazione religiosa e alla personale riflessione del suo discernimento spirituale, ha trovato eccellenti riscontri in molte presentazioni storiche e agiografiche, specialmente in quelle operate da Padre Teodosio Muriaudo, da Ferdinando D'Ambrosio, da Ulderico Parente, da Suor Antonietta Tuccillo,  da Gennaro Luongo e da Antonio Vincenzo Nazzaro.
L’Eucaristia, il Tabernacolo, insieme con l’impegno ad operare per i poveri, rivolgendosi alla loro casa e ai loro bisogni, rappresentano per padre Sosio gli aspetti fondamentali della sua esperienza di Dio.
Questi aspetti emergono con chiarezza sia dalla narrazione personale di padre Sossio che possiamo leggere di seguito nei brani del manoscritto autobiografico pubblicati da suor Antonietta Tuccillo, e sia dalla riflessione teologica di Mons. Bruno Forte posta come prefazione al libro “Il cielo in terra”.



Dal manoscritto autobiografico di padre Sosio del Prete.
«Ad Afragola, nel celebre Santuario antoniano, come Vicario ed organista […], nella pace solenne del Convento, tornavano e si maturavano nella coscienza del Padre quelle belle parole di N.S. Gesù Cristo: “Quello che farete ad uno dei miei poverelli, lo riterrò fatto a me stesso”. L’animo suo, francescanamente chino verso le cose umili buone, volle dare una giustificazione ed una conferma alle parole di Dio. E vi torna con maggiore maturità di coscienza per un maggiore approfondimento del valore dell’uomo e dei suoi destini. Senza trascurare i suoi doveri in Convento, si diede tutto ad una vita di apostolato […] di carità verso i poverelli del paese e verso i bisognosi di aiuto e di conforto. A quest’apostolato, lui si dedicava con tutto lo slancio e la dedizione più generosa della sua anima sacerdotale […]. Per essere sempre pronto, Padre Sosio Del Prete si faceva trovare sempre o in coro a pregare od in confessionale ove ascoltava le sante confessioni. A questo attendeva quasi sempre dalle 5 alle 6 ore al giorno e non si risparmiava mai; era sempre pronto ad accorrere o per confessione o per assistenza o per amministrazione dei S. Sacramenti agli infermi, dovunque venisse chiamato ed in qualsiasi ora, sia di giorno che di notte».
«Ma dove intensificò questo apostolato di bene e di carità fu verso i poverelli ed i bisognosi, o come egli li chiamava “le pupille degli occhi di Dio”. Amava assai i poverelli e da essi era pure riamato con grande affetto, chiamandolo loro padre e loro benefattore nonché loro amico. Per questo quando usciva dal Convento era seguito sempre da un seguito di poverelli e di ragazzi ed a tutti dava qualcosa o pane od altro cibo che per loro si era privato di mangiare a refettorio. Pensava continuamente ai poverelli, li provvedeva di quanto potevano avere bisogno, distribuendo a loro, col permesso dei superiori, tutto ciò che riceveva dai suoi benefattori e da altri. Molte volte la madre gli notava la mancanza ora di calze, ora di camice, ora di lenzuola, ora di altri capi di biancheria e si logoravano il cervello pensando chi mai avesse potuto sottrargli dal guardaroba di casa sua, tutti quei capi di biancheria ed allora si inquietavano quando venivano a sapere che era stato lui a distribuirla ai poverelli bisognosi.
Il cuore del Padre verso i poverelli era tenerissimo. Si inteneriva subito al racconto di qualche miseria e si calmava solo quando era riuscito a portare un sollievo a qualche dolore ed a lenire qualche miseria. Non risparmiava fatica, non conosceva intemperie nelle rigide stagioni, sempre di giorno e di notte si portava dovunque fosse richiesta la sua opera di carità e di apostolato verso i poverelli. A proposito di ciò, diceva sovente di ritenerlo a più grande grazia, se il Signore, nella Sua bontà infinita, si fosse degnato di chiamarlo o mentre celebrava la S. Messa, o mentre assisteva un poverello infermo, perché, dopo il Tabernacolo, la casa del povero è più vicino al cielo».

Dalla prefazione di Mons. Bruno Forte.

Dove abita Dio? Padre Sossio Del Prete - fondatore insieme a Madre Antonietta Giugliano delle Piccole Ancelle di Cristo Re - ha risposto a questa domanda anzitutto con la sua vita, che è stata costantemente rivolta ai due luoghi privilegiati, dove egli aveva riconosciuti e incontrati la divina Presenza: il Tabernacolo, vera tenda di Dio fra gli uomini; e i poveri, i più vicini al cielo. Questi due luoghi li vedeva rappresentati e come congiunti nel luogo supremo dove l'Eterno si è detto nel tempo: la Croce. «Ai piedi della Croce sono sbocciati due fiori, si sono svegliate due passioni, le più belle, le più umane, le più divine: l'amore a Dio e l'amore agli uomini» (n. 244). Dove il Povero muore abbandonato, tutti i poveri di tutti i tempi e i luoghi della storia sono rappresentati: il Suo amore crocifisso li accoglie tutti, li raggiunge tutti e chiede di essere riamato amando loro. […]
È da questi luoghi dell'incontro con la divina presenza dell'Amato che Padre Sossio ha attinto il suo programma, la regola di vita e il progetto della sua opera: farsi povero per accogliere; andare ai poveri per donare. Vero figlio di San Francesco, egli ha compreso che la povertà è al tempo stesso la condizione per lasciarsi amare da Dio e la sorgente dell'amore al prossimo, che bussa alla porta del nostro cuore con la sua povertà. I bisogni del povero sono i diritti nei nostri confronti: il riconoscerci poveri davanti a Dio è la via che ci consente di lasciarci arricchire da Lui di quei doni, con cui solo potremo corrispondere alla domanda del povero. È ancora una volta Colui che si è fatto povero per noi a riassumere nell'eloquenza silenziosa del dono supremo questo programma, che tutto abbraccia: «Gesù adorabile [...] la vostra Croce è una cattedra che insegna all'umanità le parole della vita. Nessuna cattedra è più eloquente della vostra Croce, intrisa del vostro sangue. Nessuna rivelazione è più sublime di questa che ci lasciaste nelle ultime ore della vostra agonia». (n. 246). Amare Gesù Crocifisso, spogliato di tutto, contemplarlo nel Suo abbandono, seguirlo sulla via del crocifisso amore, per la forza che Lui stesso irradia su di noi dal pane di vita: ecco la spiritualità di Padre Sossio, detta negli innumerevoli frammenti dei suoi testi, quasi tutti occasionali e legati al servizio della predicazione e della formazione. Un messaggio forte, trasmesso attraverso la povertà dei mezzi, nella fragile consistenza di una forma, totalmente finalizzata a far passare la dolce, nutriente potenza del contenuto. 




sabato 31 dicembre 2016

Monumenti storici


Il 15 Dicembre 2016 si sono conclusi gli eventi culturali legati alla celebrazione del centenario della nascita di Sosio Capasso, il maggior storico contemporaneo di Frattamaggiore. La cerimonia conclusiva è culminata con la inaugurazione di un monumento con il busto bronzeo dell’illustre concittadino collocato nel giardino pubblico antistante la seicentesca chiesa dell’Annunziata e di Sant’Antonio. Un onore tributato all’illustre concittadino, a nome di tutta la cittadinanza memore, dall’Amministrazione Comunale e dall’Istituto di Studi Atellani di cui egli era stato Fondatore e Presidente. Si è trattato di una cerimonia che ha assunto significati importanti sia per la cultura e la memoria storica locale e sia per il dialogo tra le generazioni del paese, grazie alla partecipazione dei rappresentanti istituzionali, il Sindaco dott. Marcantonio Del Prete e il Presidente dell’Istituto dott. Francesco Montanaro, dei familiari di Sosio Capasso, di una numerosa popolazione, di varie scolaresche accompagnate dai loro docenti, e dell’artista dott. Luigi Caserta fattore del busto.
La presenza del monumento nel giardino pubblico, oltre il valore simbolico del ricordo passato di un uomo importante, ha anche un valore poetico legato ai tanti possibili momenti d’incontro e di riflessione sul senso della vita e della storia che nel futuro le persone che gli passano o gli sostano occasionalmente accanto avranno modo di esperire…
Sossio Capasso, con le sue opere di ricerca storica, è stato anch’egli fattore di monumenti destinati ad educare e a durare nel tempo, indipendentemente dall'inciviltà, dall’incuria umana e dal consumo del tempo.
La prima visione del nuovo monumento, posato nel giardinetto di Piazza Riscatto giusto nel tempo delle Feste del Natale del paese, ha suscitato alla sensibilità dello studioso di storia uno spontaneo confronto con un altro esemplare e simbolico monumento dedicato altrove ad un altro illustre Capasso frattese. Al busto marmoreo dedicato in Sorrento al grande archivista Bartolommeo Capasso e collocato nei giardini della terrazza sul mare dinanzi alla Chiesa e al Convento di San Francesco. Si rassomigliano i due monumenti, nei significati artistici funzionali e in quelli sapienziali, dedicati a due grandi studiosi della Storia Patria, lustro e onore del loro Paese.
A Bartolommeo, appartenente al secolo precedente, Sosio dedicò un ritratto storico monumentale rivendicando nelle sue opere (Bartolommeo Capasso e la nuova storiografia napoletana e Bartolommeo Capasso padre della storia napoletana) le origini frattesi del grande sorrentino. Queste le sue parole:

Il tre marzo del 1900 moriva in Napoli, al n. 7 di via Chiatamone, Bartolommeo Capasso. «Passò da una specie di dolce sfinimento al sonno eterno. O buoni poveri occhi che da un anno non vedevano più. La morte li chiuse con una carezza: il vecchio pareva che dormisse. La camera ove, sul suo semplice letticcio, Bartolommeo Capasso, bianco bianco, immoto, pareva che fosse placidamente assopito, la camera luminosa era piena di fiori, in quella luce, sul suo candido letto, il gran vecchio onesto e giusto pareva un santo»: così Salvatore Di Giacomo sul “Corriere di Napoli” del giorno seguente. Chi era stato Bartolommeo Capasso, il «gran vegliardo», come amavano chiamarlo coloro che più gli erano vicini, o «il padre della storia napoletana», quale lo consideravano gli eruditi e gli studiosi entro e fuori i confini d’Italia? E perché Frattamaggiore, in provincia di Napoli, considerandolo, a giusto titolo, un proprio figlio, gli ha intitolato una Scuola e gli ha dedicato una delle sue strade più belle? Bartolommeo Capasso vide la luce in Napoli il 22 febbraio 1815, nel quartiere Porto, nella casa di proprietà paterna, al n. 15 della via Principessa Margherita, all’epoca denominata supportico Caiolari, una casa che era appartenuta ai Figliamonti e che suo padre aveva acquistato essendo la prima moglie appartenente di quella famiglia. Entrambi i genitori erano frattesi: il padre, Francesco, era un ricco commerciante di canapa; la madre, Maria Antonia Padricelli, fu un «raro esempio di cristiane e domestiche virtù», come egli ebbe a definirla dedicandole, nel 1846, la Topografia storico archeologica della Penisola Sorrentina e la raccolta di antiche iscrizioni, edite, appartenenti alla medesima.


Durante il Natale di qualche anno fa mi ritrovai per una passeggiata a Sorrento ed ebbi occasione di predisporre questo post che pubblicai sul portale storialocale.it, notiziario dell’Istituto di Studi Atellani – Rassegna Storica dei Comuni. Lo ripropongo per questo omaggio natalizio dedicato alla memoria monumentale dei due grandi storici frattesi.


mercoledì 2 novembre 2016

Il dialogo con i giovani tema del Convegno Pastorale di Aversa

Il Convegno di apertura dell'Anno Pastorale 2016-2017 della Diocesi di Aversa si è svolto nei giorni 30 settembre e 1 ottobre 2016. Il primo giorno in Cattedrale in ascolto degli interventi dei relatori prof.ssa Paola Bignardi e don Michele Falabretti esperti nazionali della pastorale giovanile, il secondo giorno in dialogo nei gruppi di riflessione formatisi per la discussione della problematica ecclesiale e giovanile negli ambiti: tradizione, cittadinanza, fragilità umana, vita affettiva, lavoro e festa.
Il tema del Convegno, ispirato alla Sacra Scrittura, è stato: “Una generazione narra all'altra” … e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli (Gv 2, 1-2).
Tutte le realtà parrocchiali e le comunità ecclesiali della Diocesi hanno avuto i loro rappresentanti adulti e giovani al Convegno che ha registrato così una foltissima ed articolata presenza in Cattedrale e nei Gruppi.
Gli interventi dei relatori sono stati ascoltati con attenzione e recepiti nelle loro interessanti stimolazioni.

Il Convegno è stato aperto con la presentazione del Vescovo di Aversa Mons. Angelo Spinillo, il quale ha indicato le motivazioni e i significati relativi all'orientamento spirituale del nuovo anno pastorale, proponendo come icona del Convegno le Nozze di Cana e l'intercessione di Maria:
... Il nuovo anno pastorale vive ancora nella luce del giubileo della misericordia, che concluderemo qui in Cattedrale la prossima domenica 13 novembre. Tuttavia, prendendo spunto dalla ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’incoronazione dell’immagine, venerata nella cappella del nostro Seminario con il titolo di “Madonna dei giovani”, che Mons. Antonio Cece volle celebrare l’11 giugno 1967, con grande partecipazione di tutte le componenti della Diocesi, abbiamo pensato di dedicare questo nuovo tempo di cammino pastorale ad una rinnovata e particolare attenzione ad un più coinvolgente e vitale dialogo con i giovani...
Così, guardando alla preziosa intercessione di Maria, vogliamo affiancare al titolo generale dell’anno pastorale un riferimento ugualmente intenso e ricco di speranza.
“…c’era la madre di Gesù.
Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli” (Gv 2, 1-2)
Quelle anfore, quelle idrie vuote, sono come una rappresentazione di un drammatico vuoto di umanità che chiede di poter essere riempito e trasformato. Maria, la piena di grazia, la donna “nuova”, chiamata ad essere madre di una nuova umanità, vede, sente in sé, accoglie quel desiderio di vita, lo presenta a Gesù, a quel Figlio che è venuto nel mondo per essere “via, verità e vita” (Gv 14,6), all’Emmanuele, il Dio con noi che trasforma ogni nostro tempo di morte nel suo tempo di vita”.

Sono seguite poi gli interventi dei due relatori invitati al Convegno per trattare le problematiche giovanili dal punto di vista scientifico socio-antropologico e dal punto di vista teologico-pastorale.

La Prof.ssa Paola Bignardi, già Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica, e autrice insieme con Rita Bichi, della recente pubblicazione “Dio a modo mio, giovani e fede in Italia”, ha sviluppato una comunicazione chiarificatrice degli interrogativi del mondo giovanile e suffragata dai dati più recenti della ricerca sul mondo giovanile – Rapporto Giovani - realizzata dall'Istituto Toniolo, ente fondatore dell'Università Cattolica di Milano.
All'interrogativo “chi sono i giovani?” si risponde perseguendo “un obiettivo di conoscenza con spirito di ascolto”; e riferendosi alla Evangelii Gaudium di Papa Francesco, la prof.ssa Bignardi ritiene “l'ascolto con il cuore come il punto di partenza per esperienze di comunicazione della fede”. Con questo atteggiamento spirituale ella ha presentato i dati salienti riguardanti la fede nel mondo giovanile e letti nel Rapporto Giovani attraverso la rilevazione operata con un questionario. Ha presentato il calo delle percentuali riguardanti la fede cattolica (dal 56% al 52 % in un anno) e la frequenza alla pratica religiosa (frequentanti 24%, non frequentanti 28%); ha descritto l'incidenza del genere sul sentimento religioso (ragazze + 10% rispetto ai ragazzi); le differenze geografiche sulle espressioni della fede (Nord 50%, Sud 60%); le scarse considerazioni, in termini di fiducia nelle istituzioni, dei giovani nei confronti della Chiesa. 

Dati più interessanti e complessi emergono dal dialogo diretto e personale con i giovani: “l'ascolto dice più della statistica” ha affermato la relatrice che ha tracciato un quadro della problematica della fede dei giovani che si esprime nelle “modalità del credere”, nella concezione di Dio, negli stati d'animo orientativi, nella preghiera personalistica, nel cammino di maturazione incerto, nell'importanza della ”esperienza di relazioni personali con persone significative”. Sul dato delle 142 risposte su 150 giovani che hanno dichiarato che “è bello credere”, sulla “bellezza della fede” si può “aprire una finestra sulla religiosità dei giovani” importante per la loro crescita spirituale.
L'intervento del Rev. Don Michele Falabretti, Responsabile nazionale del Servizio per la Pastorale Giovanile della C.E.I., ha assunto una connotazione che “litiga con sociologia e numeri” e si è espresso come una riflessione pastorale che, aldilà della ricerca, propone l'esperienza del Vangelo. Le sue parole “Il Vangelo è sempre vivo... con le sue domande e con le sue provocazioni... Le ricerche in Pastorale non funzionano … ci vuole la vita vissuta... La Pastorale trova risposte alle questioni dove ci si trova”.

Ha narrato così alcune sue esperienze pastorali per dimostrare l'importanza di una fede vissuta, anche da parte dei giovani, in continuo rapporto con il Vangelo di Gesù e nella testimonianza e nella partecipazione alla vita ecclesiale.


mercoledì 21 settembre 2016

La poesia del padre: per una recensione di Libere composizioni

Queste Libere composizioni sono state motivate ed originate, e rese parole rappresentative, da “...pensieri, considerazioni sulla vita, stati d’animo, sentimenti e ammirazione per la natura...”. Così Giuseppe, nella sua Premessa, ci consegna il suo personale concetto di 'poesia' legato alla liberazione e alla comunicazione di una certa ineffabilità dell'esperienza interiore vissuta in relazione ad eventi e situazioni che gli hanno suscitato domande di senso e di significato.
Egli traduce nel linguaggio comune e razionale il lavorio della riflessione immediata e profonda del suo pensiero; e l'unicità dell'esperienza personale è proposta nella diversificata lettura delle strutture di vita umana: la riflessione psicologica, la filosofia della vita, la spiritualità, la religiosità, la natura, il sentimento e la bellezza.
E' di grande chiarimento nella stessa Premessa ciò che egli ha posto come sfondo accogliente per la sua opera poetica, ovvero le dimensioni della libertà “dove la propria anima ha potuto liberamente esprimersi”. E nelle singole composizioni, un lustro di 63 poesie dal 2010 al 2016, si ritrovano i contatti comunicativi con la sua anima; si ritrovano le persone e i luoghi, anche emotivi, a cui si rivolge; e la cui immagine liberata ed il cui senso vuole ricondurre nei paesaggi e nella memoria del suo universo interiore.
E' forse possibile leggere le poesie come un unico insieme ed accedere alla conoscenza progressiva della tensione che le ha animate. Si scopre così subito il punto di partenza nella consapevole e sacra umiltà della Creatura, del Poeta, che rivolge al Cielo la sua gratitudine. Esperire poi l'angoscia della solitudine e del dolore, e reagire con un convinto ed impegnativo percorso di scoperta e di valorizzazione delle esperienze e dei legami più importanti della vita.
E poetare così dell'Amore, dell'Amicizia; del Padre, della Madre, del Fratello. Parlare di Dio e del Regno degli Angeli, della Giustizia e della Storia umana, della Terra e della Bellezza dei sentimenti, della Morte e della Vita, del Tempo e dell'Anima.
Il cimento poetico può apparire una sorprendente novità per chi conosce di Giuseppe la persistenza degli interessi scientifici e della comunicazione, anche multimediale, dello studioso e del sociologo. Ma credo che la poesia, intesa come la possibilità di “liberamente esprimersi”, abbia sempre un poco accompagnato il suo impegno esistenziale e la sua attività. E così si può leggere la profondità e la riconoscibilità del suo messaggio antropologico nella poesia di un piccolo brano della libera composizione dedicata al padre:


Non un lamento, non un minimo
accenno al duro lavoro e alla
propria ed inevitabile sofferenza.
Eppure, era lì, ogni giorno, al
sorgere del sole, ad inginocchiarsi
per ringraziare Dio.
Sempre pronto a ripartire,
a vivere con speranza il nuovo
giorno, a portare con se , senza
lasciarla agli altri, quella sofferenza
insieme al suo paniere.


Sicuramente le poesie vanno opportunamente lette nella loro singolarità, come momenti unici; veri quadri d'arte dotati di significati particolari legati alle occasioni e ai contesti in cui sono state formulate. In questo senso, nella loro semplicità e bellezza, esse possono veramente offrire al lettore la possibilità di quella comprensione e di quella condivisione motivazionale che hanno spinto Giuseppe ad affermare “la convinzione che il vero Poeta non è chi scrive, ma chi legge”.